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Bolt e Farah, i Re salgono sull’ultima passerella

Bolt e Farah, i Re salgono sull’ultima passerella

 C’è sempre una prima volta, e questo si sa. Ce n’è sempre anche un’ultima: di questa spesso non si quando, ma in questa occasione dì. Oggi a Londra mondiale è l’ultima, almeno a così grandi livelli, per due personaggi che hanno scritto la storia dell’atletica di questi ultimi anni, sconfinando nella leggenda. Sono il giamaicano Usain Bolt e il somalo britannico Mohammed Farah, campioni di distanze opposte, essendo il primo il signore della velocità, con i 100 metri e i 200 che sono stati il suo territorio di caccia, tanto da trascinare al trionfo anche i compagni di staffetta dell’Isola della Velocità, e il secondo il re del fondo, giacché ha vinto per tre volte, da Daegu in poi, e a Mosca e Pechino anche i 10 mila che ha già fatto suoi qui a Londra. Oggi Bolt correrà la staffetta veloce, Mo Farah i 5000 in cerca della terza doppietta consecutiva: i bookmakers la danno per certa.  Non sono solo due grandi atleti: sono due brand. Ciascuno di loro ha inventato un gesto che è diventato un logo per le multinazionali che li sponsorizzano a milioni, anche se nulla hanno a che vedere con tipi alla Neymar. Dei due Bolt è il più “ricco”: è l’unico dell’atletica a figurare nel 2016 tra i cento paperoni dello sport, secondo Forbes che è vangelo in queste statistiche, anche se è solo al 23.mo posto. I gesti di cui si parla sono facilmente ravvisabili in magliette e altri gadget di settore: Usain scaglia la freccia, Mo Farah esegue il Mobot, cioè alza le mani sulla testa e imita il robot o almeno un transformer per far giocare e tener quieti i pupi in casa. Ma la M è anche interpretato, dalle signore romantiche, come un cuore gigante. 
IMPEGNO FINALE
Ancora non è dato sapere se Usain sarà impegnato anche in batteria nella staffetta: la Giamaica è apparsa decisamente appannata in questi primi giorni mondiali, almeno in tema velocità. C’è chi attribuisce questo calo di rendimento ai maggiori controlli antidoping che verrebbero richiesti ed effettuati anche nei Caraibi e dunque alla minore propensione al rischio da parte dei campioni del reggae, che così adesso correrebbero più “naturalmente” e con risultati meno strabilianti. Ma questo è l’eterno rumore delle scarpette, dal quale Bolt non è stato mai scalfito in vita atletica sua. Mo Farah invece sì: il fatto che il suo allenatore, Alberto Salazar, che si è tenuto diplomaticamente lontano da Londra, sia sotto inchiesta ha generato parecchie speculazioni. Comunque Mo Farah ha già annunciato che questo sarà il suo ultimo 5000: il bambino che da piccolo a Londra, non sapendo una parola d’inglese, faceva pipì contro i muri perché non poteva neppure chiedere dove fossero le toilettes e che è diventato un simbolo per il Regno Unito, adesso passerà alla maratona. Lunga fino a Tokyo, dove magari ritroverà, in pista, un Bolt di ritorno? 


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