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Un anno da campioni. Dall'impresa della Pellegrini all'addio di Totti

Un anno da campioni. Dall'impresa della Pellegrini all'addio di Totti

Inutile girarci intorno: l'impresa sportiva italiana dell'anno è di Federica Pellegrini. Perché quell'oro pazzesco conquistato a Budapest era palesemente irrazionale per tutta una serie di motivi. C'erano da mettere in conto la delusione olimpica dalla quale la veneta sembrava fare fatica a riprendersi, il lotto delle avversarie, tutte molto più giovani, guidato da quella fuoriclasse assoluta che è Katie Ledecky (28 anni per Fede, 20 per la stella americana). E, non ultimo, il dato oggettivo che l'ultimo oro con tutte le migliori del mondo in acqua risaliva al 2011. Certo, nel 2016, si era tolta lo sfizio di trionfare a Windsor, mondiali canadesi, ma lì si nuotava in vasca corta, un'altra storia. E la stessa campionessa aveva ammesso di sperare in una medaglia ma di non fare troppo affidamento sul più prezioso dei metalli. Ma se alla fine ti danno come soprannome La Divina qualche motivo deve esserci, anche al di là dell'avvenenza fisica. Divina è stata infatti la Federica ammirata in Ungheria. Una progressione dal quinto posto della prima virata all'Olimpo del nuoto, con una progressione spaventosa negli ultimi 50, da quarta a prima. I pugni sull'acqua, le rivali a metà tra incredulità e ammirazione. Per la Ledecky è addirittura la prima sconfitta in una finale individuale. E lei, Divina, nel libro dei record. Dei suoi 200, con 3 ori, 3 argenti e un bronzo mondiale che mai nessuna è riuscita a mettere insieme. E del nuoto mondiale: da Montreal 2005 sono passati 7 mondiali e lei è sempre stata sul podio. Chi ci era riuscito prima? Sulla Terra nessuno. Forse in qualche altra galassia...

FRANCESCO TOTTI
Lo ricorderemo tutti, il 28 maggio del 2017. Ricorderemo l’emozione, la commozione, la bellezza. Non dimenticheremo dove eravamo, chi avevamo vicino, cosa abbiamo fatto dopo. Dopo? Dopo l’addio al calcio della leggenda romanista (e non solo). Dopo l’addio di Francesco Totti. L’Olimpico era una tempesta di sentimenti, quel pomeriggio. La Roma aveva battuto il Genoa: ma tutti e ciascuno erano lì per omaggiare il capitano giallorosso, che si preparava a sfilarsi la maglia per l’ultima volta. Sono passati sette mesi e ancora si fatica a rendersi bene conto. Insieme con i figli e la moglie, quel giorno Totti ha detto parole bellissime ai tifosi della Roma. In città di una sola cosa si parlava: di Totti e del suo addio al pallone. E, così, in una sola giornata si è condensato il segreto che negli anni ha fatto di Totti un’icona del calcio: l’aver regalato emozioni a tutti, al di là del colore della maglia. Per un’intera carriera è riuscito nell’impresa. E, nella sera dei saluti, il prodigio gli è riuscito come non mai.

GIANLUIGI BUFFON
Gioiva come un bimbo, Gigi Buffon, nel pomeriggio della vittoria del sesto scudetto juventino di fila. Nell’andare dell’anno, bisogna dirlo, ha protetto la porta dei bianconeri da campione vero e ha accompagnato la squadra alla finale della Champions League come un papà premuroso. A lungo, del resto, la Juventus non ha incassato gol in Europa. Poi, certo, la notte di Cardiff è stata un incubo. L’ennesimo incubo juventino in Coppa. Però le belle partite (e parate) di Gigi di sicuro rimarranno scolpite nella pietra dura del 2017. Allo stesso modo, indelebili resteranno le lacrime che gli hanno rigato il volto a novembre, nel giorno della mancata qualificazione dell’Italia ai Mondiali russi. Ha salutato la maglia azzurra a San Siro, raccontando al mondo che si può essere grandi fuori, ma conservare un cuore da piccoli, da bimbi, per tutta la vita.

NEYMAR
Duecentoventidue milioni di euro. È dura perfino leggerla, questa cifra da Paperone, figurarsi spenderla. Invece, un bel giorno di agosto, il Paris Saint-Germain ha deciso di comprarsi il piccolo grande Neymar dal Barcellona proprio per 222 milioni, completando così l’affare più costoso della storia del calcio. Lo ricorderete. Per settimane si è parlato e discusso di Neymar e dell’opportunità di pagare cifre assurde. Nella storia rimarrà di certo l’enormità di una cifra spesa e la follia totale di un club che sembra non conoscere limiti.

CRISTIANO RONALDO
In un anno ha vinto di tutto. E cioè. La Champions, la Liga, il Pallone d’oro (e per la quinta volta in carriera), la Supercoppa europea e la Coppa del mondo per club. C’è altro? Be’, come se non bastasse ha firmato l’enormità di 52 gol: di fatto, o in media, uno alla settimana per tutto il 2017, vacanze comprese. È chiaro, insomma, che Cristiano Ronaldo sia stato uno dei re dell’anno sportivo (e non solo calcistico). Sempre decisivo, ha incontrato giusto qualche difficoltà in campionato da settembre a oggi, ma va detto che in Champions ha sempre sfrecciato a velocità mostruose.
 

 


GREGORIO PALTRINIERI
Un’annata tra alti e bassi. Ma se i bassi sono trascurabili, gli alti sono alti da mettere paura. Gregorio Paltrinieri ha cominciato l’anno con addosso la ruggine post-olimpica. Lo stress accumulato nella preparazione per centrare l’oro nei 1500 a Rio - effettivamente centrato - ha lasciato il segno, obbligando il campione di Carpi a staccare la spina. Si è dedicato ad altro, al sogno di vincere anche nelle acque libere, prima di tutto. Ben sapendo, però, che il 2017 aveva un obiettivo preciso: i mondiali di Budapest. Quando finisce terzo negli 800, battuto dall’amico/rivale Gabriele Detti, molti credono che Greg sia ancora scarico. Si ricredono tutti pochi giorni dopo. Paltrinieri trionfa nelle 30 vasche e in un colpo solo diventa campione europeo, olimpico e mondiale nello stesso tempo. Attenzione: un mese dopo, alle Universiadi, oltre a vincere ancora sui 1500 (e sugli 800) centra il suo primo oro nel fondo, sui 10 km. Il futuro è cominciato. 

LEWIS HAMILTON
Era un predestinato, Lewis Hamilton. Lo dicevano tutti, sin dai suoi esordi in Formula Uno. E ora che dal mondiale del debutto perso all'ultima gara contro Kimi Raikkonen sono passati undici anni, il predestinato si è trasformato fisiologicamente in un campione assoluto che inizia a superare i record del mito Michael Schumacher. Quest'anno gli ha strappato quello delle pole position (72 in carriera per Lewis, quattro in più del tedesco); ora ha messo nel mirino quello dei Gp vinti (91 quelli di Schumi, 62 i suoi) e ovviamente il primato dei titoli mondiali, dove l'ex ferrarista domina con 7 davanti ai 5 di Manuel Fangio. Ah già: Lewis intanto è arrivato al quarto, al termine di un campionato in cui la Ferrari di Sebastian Vettel (a quota quattro mondiali anche lui...) è stata degna rivale, pur con qualche errore di troppo. Probabilmente poco o nulla sarebbe cambiato: troppa la voglia di Hamilton di tornare a vincere dopo la delusione dello scorso anno, quando il compagno di team Nico Rosberg gli sfilò quel trionfo che il ragazzo di Stevenage sapeva - o quantomeno credeva fortemente - di meritare di più. Uno slancio quasi feroce verso il successo che a Spa, tanto per citare un episodio, si è palesato al mondo quando, con le gomme soft, è riuscito a tenere alle spalle l'arrembante Vettel che volava con le ultrasoft. Un prova di forza e di freddezza, che solo i fuoriclasse sono in grado di fornire. Poi, si dirà: certo, ma lui ha la Mercedes. Memoria corta: la Ferrari ha cominciato la stagione andando molto più forte, con Vettel in testa alla classifica fino al Gp d'Ungheria. E quando la Mercedes ha ricominciato a fare la Mercedes, Bottas non è stato quasi mai in grado di duellare con il compagno di team. Quel fenomeno di Lewis.

VALENTINO ROSSI
Ok, non avrà vinto il tanto agognato decimo titolo mondiale e, nella seconda parte della stagione, non è stato nemmeno troppo competitivo tra i primi. Eppure Valentino Rossi una menzione tra i campioni dell’anno se la merita tutta, per diversi motivi. Intanto per il grande sogno di mezza stagione, quando era effettivamente lì a duellare con gli spagnoli e le Ducati. Dopo il successo ad Assen, 115° della carriera (e ancora una stagione con almeno un gp vinto), il Dottore era a soli 7 punti dal leader, Andrea Dovizioso. Non male per un 38enne che, qualche mese dopo passa dalla sciagura all’eroismo. La caduta in allenamento con l’enduro, la frattura di tibia e perone e l’addio al sogno. Ma, dopo Misano, ancora lì tra i duellanti: ad Aragon, 24 giorni dopo l’infortunio. Quinto al traguardo. Roba da eroi.

USAIN BOLT
È cominciata male ed è finita peggio. Il 2017 ha portato a Usain Bolt subito l’amarezza del record sfuggito: le tre triplette d’oro consecutive (100, 200 e 4x100) alle Olimpiadi naufragano sulla positività di Nesta Carter, che fa perdere alla staffetta giamaicana l’oro di Pechino 2008. Il Fulmine vuole rifarsi a Londra, dove può centrare lo stesso filotto ma in salsa mondiale. Le preoccupazioni sulla sua condizione precaria si rivelano certezze. Nei 100 finisce addirittura terzo, dopo Gatlin (che si inchina a lui) e Coleman. E della staffetta resta la sua faccia dolorante, dopo l’infortunio muscolare che lo frena prima del traguardo. Tutta l’amarezza di un addio, e anche di più.

ROGER FEDERER
Siamo a fine 2016 e sul conto di Roger Federer si è sentito un po’ di tutto. Che non tiene più il ritmo del tennis “moderno”, che è battuto in partenza nelle sfide con i giovani bombardieri, che, dopo aver vinto di tutto, sia entrato in una specie di tunnel dell’appagamento e anche che la numerosa famiglia, con tanto di doppia coppia di gemelli, sia diventata la sua unica priorità. Vai a immaginare quello che poteva combinare il fuoriclasse di Basilea. Semplicemente: vincere tutto o quasi. Manda in delirio Melbourne, quando vince gli Australian Open per la quinta volta, a cinque anni dal suo ultimo trionfo Slam. Fa gridare al miracolo quando centra l’accoppiata Indian Wells-Miami. Da sfoggio di cinico realismo quando rinuncia a tutta la stagione sulla terra rossa e infine entra nel mito (ma non ci era già?) quando vince, ancora, per l’ottava volta, a “casa sua”, sull’erba di Wimbledon. A 36 anni chiude l’anno da numero 2 del mondo con 52 match vinti su 57 giocati. E batte Nadal 4 volte su 4: non ci era mai riuscito. 

RAFA NADAL
Si è diviso trionfi e titoli con Roger Federer, proprio come negli anni d’oro del dualismo. Con una differenza: Rafa Nadal è riuscito a riprendersi anche il numero 1 della classifica mondiale. L’ultima volta che aveva guardato tutti dall’alto della vetta Atp correva l’anno 2014. Poi aveva preso il sopravvento un altro dualismo, quello tra Djokovic e Murray. E Rafa era entrato in un tunnel di infortuni in serie. Il 2017 è stato, come per l’amico Roger, l’anno della rinascita. Il maiorchino si è preso gli Slam non vinti da Federer: gli Us Open e soprattutto il Roland Garros, dove è diventato l’unico nella lunga storia della racchetta in grado di trionfare per dieci volte. Ha dominato la stagione sulla terra rossa in lungo e in largo (anche a Montecarlo ha alzato al cielo la decima) e si è fatto valere sul veloce, vincendo anche a Pechino dopo Flushing Meadows. A 31 anni è diventato il giocatore più anziano a diventare numero uno del mondo da quando esiste la classifica computerizzata ed è il primo a chiudere al top del ranking quattro stagioni non consecutive. Le mode cambiano e passano. Rafa resta. 

SOFIA GOGGIA
Qualche piazzamento, mai a vista podio. Questa era Sofia Goggia nella versione pre-2017. Poi qualcosa è cambiato ed è arrivato il capolavoro. Una stagione chiusa al terzo posto in classifica generale, con il record di punti per un’atleta azzurra. Due vittorie, quindici podi complessivi (record) in quattro discipline diverse (altro record). Il tutto impreziosito dal bronzo il slalom gigante ai mondiali di St. Moritz. La conferma passa da Pyeongchang 2018.

PETER SAGAN
L’estromissione dal Tour de France per aver causato la caduta (e il ritiro) di Mark Cavendish rischiava di essere la cartolina del 2017 di Peter Sagan. E invece... E invece il fuoriclasse slovacco, nell’anno del divorzio dalla Tinkoff e dell’approdo alla Bora, entra nella storia del ciclismo. A fine settembre, sulle strade norvegesi di Bergen, vince il suo terzo mondiale consecutivo (dopo Richmond 2015 e Doha 2016). Nessuno ci era mai riuscito prima.


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