Roma e lo scudetto, Enrico Vanzina:
Pruzzo, Conti, Di Bartolomei e il sogno
CALCIO
ROMA - Era l’8 Maggio del 1983. Verso le 13 e 30, alla guida di una Lancia Delta, con accanto mia moglie Federica, inchiodo all’ingresso di un garage di Genova. Salto giù come una saetta e le grido “Parcheggia tu e aspettami, torno verso le sei!”. Mi metto a correre come un forsennato. In una piazza vedo un taxi fermo al parcheggio.

Ci salto dentro: “Presto, allo stadio Marassi!”. Alle due in punto entro nella Curva riservata ai tifosi giallorossi. Da Roma ne sono venuti a migliaia. Facendomi largo come un indiavolato mi vado a piazzare contro la rete, dietro la porta. Qui finiscono i miei ricordi lucidi. E inizia una specie di sogno. Un sogno meraviglioso. E’ il diciannovesimo. Vedo Roberto Pruzzo che salta in aria a raccogliere un cross di Agostino Di Bartolomei. Craniata. Goal!

Mi abbraccio con un tifoso che piange. Inizio a piangere anch’io. Poi si passa al quarantunesimo. Fiorini beffa Tancredi. Uno a uno. Sento il ghiaccio che mi scende giù per la spina dorsale. Poi nulla. Non ricordo nulla. Fino al momento in cui inizio ad arrampicarmi sulla rete.

Salgo su come una scimmia. Sento qualcuno che grida: “Ma che fa quer matto de’ Vanzina?”. Sto scavalcando per entrare in campo. Sento il fischio finale. Mi butto giù nel prato. Siamo Campioni d’ Italia. Corro verso Bruno Conti. Di nuovo il nulla… Arrivo al garage dove mia moglie mi aspetta che sono le sette e mezza. Sono sudato, lacero, con gli occhi gonfi. Le dico con voce roca: “ E’ il giorno più bello della mia vita…”. E lei fa: “ Più bello del giorno in cui ci siamo conosciuti?”. Non rispondo. Una moglie con la Roma? Mi dispiace, ma non c’è gara…
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