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Rugby, la memoria di Sir Woodward e in memoria di Sir Bruzzone

Dopo appena 19 anni, quando gli fa comodo per sostenere le proprie tesi, Sir Clive Woodward ammette che quel 22 novembre 1998 a Huddersfield l’Italia avrebbe meritato di vincere contro l’Inghilterra che lui allenava. Ohibò, grazie, meglio tardi che mai.

Fosse stato così obbiettivo anche nel dopopartita non avrebbe innescato una delle scene più memorabili nella storia del rugby, roba che te la ricordano ogni volta che si scavalca la Manica. Di certo questo ravvedimento, per quanto tardivo, farà piacere lassù a Carlo Bruzzone, il genovese decano dei cronisti ovali italiani che l’anno scorso, 82enne, ha passato la palla dopo aver seguito 234 partite degli azzurri, un record che gli è valso giustamente un cap (il cappellino che indica la presenza in nazionale) ad honorem.




C’era naturalmente anche Carlo quel giorno sotto il cielo plumbeo di Huddersfield, Inghilterra del Nord, terra di Rugby League. Inghilterra-Italia, match di qualificazione per il Mondiale dell’anno seguente, sempre in quelle contee. Inglesi allenati da Woodward, brillante trequarti “internazionale” con presenze anche nei Lions, all’inizio della carriera come ct. Italiani guidati da Georges Coste, all’apice della sue gloriose vicende con gli azzurri che il 16 gennaio di quello stesso anno erano stati ammessi nel Sei Nazioni.

SOLENNITA'
Insomma, quei mesi grondavano di solennità. Sia gli inglesi sia gli italiani erano già qualificati, ma Woodward, con il pronostico spudoratamente a suo favore, era nel mirino della stampa britannica: in estate i bianchi avevano preso una clamorosa ripassata in Australia (70-0), tuttora la peggiore della loro lunga epopea. Insomma, qualche manrovescio capita anche ai migliori.

Beh, fatto sta che al 73’ la banda di Coste capitanata da Giovanelli ha di fatto vinto il match: l’Inghiterra non è mai riuscita a staccare gli azzurri che non danno tregua. Placcano come demoni e contrattaccano. E poi Dominguez trasforma dalla piazzola o di rimbalzo ogni pallone. Sul 16-15 gli inglesi sono alle corde, sottomessi da tanta aggressività: persino un ragazzino in pratica debuttante come Mauro Bergamasco non si fa scrupolo di caricare contro leggende come il pilone Leonard. Troncon finge allora di “aprire” e invece gira intorno al raggruppamento e schiaccia il pallone oltre la linea bianca, a due passi dai pali: meta, magnifica meta. Sorpasso e con solo una manciata di minuti da giocare contro quegli avversari disorientati. In tribuna esultiamo, i colleghi inglesi scuotono la testa ammutoliti, qualcuno ci dice “Well done”.

IL BRACCIO
Gli azzurri di Coste, dopo Francia, Scozia e Irlanda, hanno finalmente messo sotto anche l’Inghilterra. Ma che fa l’arbitro francese Mené? Perché non alza il braccio? Anzi sembra che lo alzi e poi tentenna, poi guarda il giudice di linea, poi guarda il cielo e infine nega la meta all’Italia semplicemente perché si è trovato fuori posizione essendo caduto, pure lui, nella magistrale finta di Troncon. Non ha visto il “toccato” che hanno visto almeno 30mila spettatori dalle tribune e nel dubbio, come sempre, preferisce non andare contro i padroni di casa, i padroni del rugby. Neppure i giocatori inglesi, già disciplinatamente dietro i pali e parecchio rabbuiati, capiscono che cosa stia succedendo. Non credono neanche loro al “miracolo” di quella svista. Ma allora non c’era la moviola. Adesso sono gli azzurri ad essere senza parole. Con garbo il capitano Giova chiede spiegazioni a Mené, ma non c’è nulla da fare. E, vicino al fischio finale, con gli italiani fiaccati da tale enorme ingiustizia, gli inglesi segnano la meta del 23-15.

LA DOMANDA
Nella conferenza dopo il match non c’è proprio alcuna voglia di fare domande. Carlo Bruzzone alza la mano e chiede cortesemente a Woodward un commento sull’Italia, su quella meta negata e sul risultato finale. E il ct inglese, con quella sua tipica spocchia che all’epoca non poteva ancora appoggiarsi su troppi crediti: “Quale meta? Inghilterra fortunata? No, ha pienamente meritato di vincere”. Ed erano il tono della voce e lo sguardo a ferire più che le parole.

Bruzzone non ci vede più, si alza in piedi e gli dà pienamente del “disonesto”. Gli dice anche: “Vergognati di non concedere nemmeno l’onore delle armi”. Apoteosi in sala stampa, anche i cronisti inglesi, che hanno capito anche senza il bisogno dell’interprete, annuiscono. Poi due nerboruti addetti della federazione inglese prendono di peso Carlo, che continua a rivolgersi a Woodward, e lo portano fuori, con il drappello dei colleghi italiani che lo scortano.

LA MEMORIA
L’altro ieri, diciannove anni dopo, Woodward ha scritto sul Daily Mail che inserire un meccanismo di promozione/retrocessione nel Sei Nazioni farebbe il bene dell’Italia. Commovente che si preoccupi per noi. Un bell’articolo, comunque, molto ben motivato. Poi lo si può condividere o, come nel caso di chi scrive, no.

E a un tratto viene citata proprio la partita di Huddersfield che “l’Italia meritava di vincere”. Ah, adesso, lo riconosce. "Quell’Italia così arrembante – sostiene ancora Woodward - aveva conquistato sul campo il diritto di essere invitata, mentre adesso solo la paura di uscire dal Sei Nazioni può aiutare gli azzurri a ritrovare grinta e motivazioni".

Ora non ci può non togliere il cappello davanti a quel che Woodward ha conquistato a cominciare dall’immensa Coppa del Mondo 2003 che ha spinto la Regina Elisabetta a nominarlo Sir. E poi Sei Nazioni, Grand Slam e anche un modo innovativo di riorganizzare gli staff dei tecnici della nazionale. E’ anche un ottimo scrittore: il suo “Winning!” va letto anche da chi non si occupa di rugby o di sport. Un personaggio eclettico, voluto anche da Lord Coen nell’avventura delle Olimpiadi londinesi nel 2012.

Poi ci sono anche pagine cupe, come i primi anni della sua gestione, l’opaca Coppa del Mondo 1999 e la disastrosa tournée dei Lions in Nuova Zelanda nel 2005: tre sconfitte su tre. E, in generale, sempre quel guardarti dall’altissimo della sua cattedra.

Per passione e dedizione Carlo Bruzzone, il titolo di Sir lo ha sempre meritato, ma adesso che finalmente Sir Woodward gli ha dato ragione come avrebbe dovuto con lealtà fare 19 anni fa, non resta che procedere alla cerimonia.


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Mercoledì 22 Febbraio 2017 - Ultimo aggiornamento: 22:38

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