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​Juventus, Buffon giocatore e dirigente: a caccia del record della settima supercoppa

​Juventus, Buffon giocatore e dirigente: a caccia del record della settima supercoppa

Gianluigi Buffon entra nella sala-stampa dello stadio Olimpico e offre sorrisi. Strizza l’occhio. Ha quasi quarant’anni e l’animo leggero – lo si intuisce. Sarà l’estate ancora piena, forse una conquista dell’età, per lo più la consapevolezza di aver cominciato a pattinare lungo il viale del tramonto. O, probabilmente, la certezza di aver dimostrato già tutto e ogni cosa – e dunque di non dover più dar prova di nulla. Di certo, sul suo volto, non galleggia neppure l’ombra di un turbamento.

Oggi, lo sappiamo, Gigi guiderà la Juventus nella finale della Supercoppa italiana. Lui giocherà di sicuro, ha assicurato (e rassicurato) Max Allegri. È il capitano, del resto, e tra l’altro insegue la propria settima supercoppa. A nessuno mai è riuscita un’impresa simile. «Il fatto che possa essere l’ultima occasione della carriera mi dà la sensazione di una strana euforia», confida. Elegante nel nuovo completo sociale, scandisce le frasi, calmo, quasi a pesare le parole, a disegnare periodi rotondi ed esatti: come se per una volta dovesse tirare un rigore, anziché pararlo. «Sì, c’è una strana euforia», sussurra. Ne è contento; comunque non sorpreso. «Una strana felicità da quando è cominciata la stagione, probabilmente figlia anche di quel pizzico di follia che mi ha sempre contraddistinto e che mi ha portato fino a qui oggi».

Allegri lo guarda, di tanto in tanto, sempre attento. Perché Buffon, senza sforzarsi o fingere, parla insieme da capitano, da allenatore, da dirigente della Juventus Football Club. È il passato, il presente e il futuro della squadra e della società. Così non stupisce la sua serenità nel consegnare la porta bianconera a Szczesny, a cominciare dalla prossima stagione. «Ciech (il diminutivo di Wojciech, ndr) è l’uomo giusto. È stato il miglior portiere dell’anno scorso», garantisce.

Poi gli viene spontaneo alzare un filo la voce. Ed è chiaro che senta sulle spalle, e nella mente, il peso della responsabilità di una squadra e di una tifoseria. «Penso che la Juve sia sempre una squadra molto forte, di questo ne sono convinto, quanto forte spetterà a noi e alla nostra fame di vittorie dirlo, alla ferocia con la quale vogliamo confermarci». Di Bonucci – come pure dell’incubo di Cardiff – ragiona senza paura e in fondo neppure teme di nominarlo: però sa bene che da ora là dietro si dondolerà eccome. «Contro la Lazio sarà una partita importantissima per noi. Per il mondo Juve. E voglio assaporare nel miglior modo possibile questo tipo di emozioni che non saranno eterne». Giuseppe Marotta, l’ad bianconero, laggiù, tra le ultime file della sala-stampa, annuisce. Allora si alza ed esce: glaciale ma lieto. 

Deve aver capito, una volta di più, che il futuro della Juventus è al sicuro.
 


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