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Messi, le tre meraviglie mondiali dell'Argentina

Messi, le tre meraviglie mondiali dell'Argentina

Magari sarà l’impressione di un istante. Forse la sensazione di un momento. Probabilmente la suggestione di un giorno. Certo Leo Messi, oggi, e non da oggi, sembra il miglior calciatore del mondo – e della storia. Poi non lo sarà, ma è l’andare della cronaca a suggerire il sospetto. Chi è rimasto sveglio sarà stato ripagato, perché alle volte il privilegio di godersi una meraviglia val bene qualche ora di sonno in meno.

Così, nella notte passata, il fuoriclasse dalla barba lunga si è adagiato sulla schiena il pianeta dell’Argentina e l’ha accompagnato nell’orbita dei Mondiali della prossima estate – un Atlante colorato di bianco e di celeste. Nell’aria rarefatta di Quito, in volo a 2.850 metri di altitudine, ha segnato la rotondità di tre gol contro l’Ecuador (3-1) e ha regalato all’Albiceleste un accredito più inaspettato che atteso. Un esterno sinistro da cinque passi, ancora un sinistro a trafiggere l’incrocio, un terzo sinistro a planare: in cui era scritta la ricetta della felicità. E va anche annotato che l’Ecuador era passato in vantaggio grazie a Ibarra dopo 37 secondi (secondi, esatto).
 

 

Grandiosa è stata la festa argentina al fischio finale. Giocatori in lacrime in campo, sbalzi di pressione tra i tifosi, delirio di felicità nello spogliatoio. Messi, guarda un po’, per un’oretta ha addirittura dimenticato la solita maschera spenta e si è tramutato in un direttore d’orchestra. La festa la ritmava lui, mentre Dybala impazziva di gioia: ed era una danza densa di sentimenti, di emozione, di commozione, perfino. «Non meritavamo di non essere al Mondiale. È vero, c’era la paura di restare fuori», ha raccontato Leo. Poi ha fatto un pausa. In lui dev’essersi sciolto qualcosa: forse un’ambizione, gelata dai timori. Allora ha disegnato un gesto nell’aria leggera. Un’ombra di commozione gli ha velato il volto. «È stata una liberazione», ha sussurrato. Ed è volato via, lontano dal passato: ad accogliere l’arrivo di un qualche futuro. Potrà sognare ancora il Mondiale, sì.

Nel mare infinito della storia del pallone hanno galleggiato barche di ogni tipo e alle volte accade di non accorgersi della misura delle navi più grandi – oltre che del rapporto tra il presente e il passato. Questione di prospettive. A spasso per gli oceani viaggia la fantasia di Messi, inseguita e talvolta sorpassata dalla potenza di Cristiano Ronaldo. I bambini li adorano. E li adorano per una ragione meravigliosa e semplice – infantile, quindi. Su Messi, d’altronde, ricade la passione dei bimbi perché – magnificamente – sa tradurre in realtà la magia. Basta guardare lo scenario dell’altra notte. Vice campione del mondo, l’Argentina era reduce da una sconfitta e tre pareggi: ballava sull’orlo dell’eliminazione e, guidata dalle incertezze del ct Sampaoli, non riusciva più a riconoscersi in un’identità. Un quadro drammatico.

E, come sapete, a risolvere tutto – e ogni cosa – è stato il talento smisurato di Messi. Ancora una volta la squadra ha giocato male: e alle intenzioni non sono seguiti lampi di efficacia. D’un tratto, allora, Messi ha sistemato, scordando le delusioni degli ultimi mesi, le critiche ricevute, i passaggi a vuoto vissuti in albiceleste. Ha preso il pallone e ha promesso: «Ci penso io».

E mentre in uno stadio poco distante Falcao parlottava con gli avversari del Perù per azzerare i rischi di un’eliminazione, con tre tocchi magici Leo dimostrava che dove può lui, gli altri non possono. Il Cile, per capirsi, è stato eliminato in extremis proprio quando aveva l’urgenza di affidarsi a un Messi. Ma, del resto, Leo è come la fiaba secondo Chesterton. «La fiabe non insegnano ai bambini che i draghi esistono. Le fiabe insegnano ai bambini che i draghi possono essere sconfitti».



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