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Rugby, le lacrime della gemella e la tariffa: stregati dal mondiale femminile

Rugby, le lacrime della gemella e la tariffa: stregati dal mondiale femminile

Fosse anche la “Montagna” di Games of Thrones, il prossimo che dice “che il rugby non è adatto alle donne” o “che il rugby giocato dalle donne non è bello”, lo lego a una sedia con le palpebre aperte dalle forcine come in Arancia Meccanica.

E poi gli faccio vedere senza soste Francia-Inghilterra (tutta), Nuova Zelanda-Usa (soprattutto il primo tempo), le meta di Michela Sillari, i cambi di passo della neozelandese Portia Woodman, il finger pass del tallonatore azzurro Melissa Bettoni e il calcetto a scavalcare della canadese Elissa Alarie prima del tuffo finale. Pepite in filoni d’oro emersi in queste ultime due settimane alla coppa del mondo in Irlanda che oggi celebra l’atto finale con Inghilterra-Nuova Zelanda per la Coppa e Italia-Spagna per il nono posto.


Sì, è questione di livello del gioco, ma ciò è banalmente vero anche nel rugby maschile ovvero in ogni sport. Non è insomma mai questione di genere, ma di qualità. Facendo le proporzioni, considerato il numero ancora ristretto di praticanti, perché il pregiudizio in molti contesti e in molti paesi resta difficile da placcare, il rugby femminile di alto livello non sfigura di fronte ai test match fra le nazionali di prima fascia del rugby maschile. E con un gioco molto più piacevole di quello “tutto autoscontro” degli uomini e più vicino alle sue origini, pure come ambiente, anche se adesso le penal-touche con rolling maul sono nel portafoglio di molte nazionali.

SENZA FIATO
La semifinale Francia-Inghilterra ha tolto il fiato agli spettatori ma non alle ragazze in campo che si sono martellate con interminabili azioni coast to coast durate fino a 4 minuti e 36 secondi (!) mostrando bagaglio tecnico e fisico e magnifico. E un’organizzazione di gioco (e quindi, evidentemente, una gestione tecnica e federale) che ancora manca alle americane che pure hanno fatto sudare parecchio le neozelandesi nell’altra semifinale (45-12).

Interessante notare anche i fenomenali progressi del rugby femminile rispetto all’ultima edizione dei mondiali nel 2014 a Parigi. Di lì in poi c’era da costruire l’approccio al ritorno del rugby, in versione a 7, assai gradito alle ragazze, alle Olimpiadi. E allora a questi mondiali irlandesi si è visto che ha pagato la scelta di ibridare nel XV da mandare in campo sia specialiste del Seven sia quelle del gioco tradizionale.

QUINDICI E SETTE
Chi ha tenuto divisi i due mondi, come Canada (brillante finalista nel 2014) e Australia ha pagato pegno, mentre Inghilterra, Black Ferns e Francia sono ancora cresciute. Ha unito i due mondi anche gli Stati Uniti, pescando per di più in un inimitabile serbatoio di atletismo, ma dall’avvento di un po’ di professionismo anche fra le donne si è visto che agli Usa resta da affinare il gioco. Poi saranno problemi per tutte.

INGHILTERRA
Affascinante il confronto fra lo scenario inglese e quello francese. Le inglesi sono campioni in carica e in tre anni hanno alzato ancora l'asticella. Da quattro anni a un gruppo di ragazze inglesi, sintesi della base più larga al mondo (quasi 30mila giocatrici!) esattamente come avviene per i maschi, sono stati offerti contratti da professioniste con durata, rinnovabile, di due stagioni: niente di che, eh, ma 3 o 4mila sterline al mese che hanno permesso alle atlete di concentrarsi con costanza sugli allenamenti senza al tempo stesso abbandonare del tutto gli studi o il lavoro, qualcuna è anche diventata madre, nel frattempo. E poi, oltre al salario, una serie di facilitazioni (impianti, attrezzature) e un congruo numero di tecnici altamente qualificati. I risultati sul campo sono a dir poco eccezionali.

FRANCIA
La federazione francese, invece, non ha avuto i mezzi per garantire questa parentesi professionistica alle bluettes e non ha nemmeno potuto contare su una base anche fisicamente imponente come le inglesi. E allora ha chiesto alle ragazze di lavorare individualmente e nei club su tecnica e ritmo sfruttando anche il gruppo che nel frattempo, con qualche mezzo in più, si è coagulato attorno al Seven. Ed è nata una nazionale a 15 estremamente evoluta rispetto a tre anni fa con un piano di gioco indiavolato che ha messo in difficoltà le inglesi fino a quando (venti minuti dalla fine) l’atletismo delle bianche ha prevalso scrivendo la tariffa finale invero più pesante del meritato per le francesi (3-20). Per di più les bleues in questa semifinale hanno dovuto rinunciare per alla loro stella più brillante, la terza linea di 22 anni Romane Meneger, che al fischio finale, in tribuna, è scoppiata a piangere in un modo da sciogliere anche una pietra. La gemella di Marine (altra internazionale) sarà la stella dei prossimi anni, sicuro.


Romane Meneger

NUOVA ZELANDA
E la Nuova Zelanda? Il talento e il fisico non scarseggiano mai nel paese della lunga nuvola bianca e il piano tattico delle Black Ferns ricorda quello degli All Blacks in quanto a ritmo e giocate. Poi c’è il gruppo semipro delle ragazze del 7, come la Woodman, che fa volare il pallone e non sbaglia un placcaggio. In attesa di Francia e Usa, le neozelandesi sono le uniche che possono preoccupare le inglesi.

L'ITALIA
L’Italia, infine, dove abita in questo mondo? Lontana da ogni idea di professionismo e assente da tre edizioni (anche per qualificazioni dalla formula cervellotica), puntava a un posto fra il quinto (improbabile) e l’ottavo (possibile) invece si è fatta annichilire dalle americane, certo più forti del previsto, poi l’inevitabile sberla con le inglesi e, purtroppo, la dolorosa caporetto con le spagnole che tecnicamente e fisicamente sono alla pari delle azzurri. Ma le iberiche non sono semiprofessioniste almeno per quanto riguarda la linea dei trequarti, importata dal Seven? Sì, per illuminata scelta della Federazione che pure ha assai meno mezzi della nostra, certo non così attenta alla preparazione di questo mondiale al quale le azzurre sono arrivate senza nemmeno un test dopo un Sei Nazioni a sorpresa deficitario che avrebbe dovuto far alzare le antenne. Poi è mancata, fino al secondo tempo del match vincente con il Giappone, quell’attitudine e quella grinta che le ragazze di Di Giandomenico avevano mostrato fino alla scorsa stagione. Carenze preoccupanti anche nella disposizione in difesa e nel gioco al piede. Ma accontentarsi di essere fra le prime dieci al mondo non basta davvero per una squadra del Sei Nazioni: bisogna puntare di più su queste atlete, sia nel XV che nel Seven. Il rugby, quello italiano di più, non può fare a meno delle donne, in grado di ispirare con la loro passione, il loro impegno in campo e nella vita e il loro gioco i più giovani e le loro famiglie.


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Sabato 26 Agosto 2017 - Ultimo aggiornamento: 27-08-2017 16:57

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