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Sei Nazioni: il mistero glorioso degli applausi, gli ex voto, le spie e Il Foglio

Sei Nazioni: il mistero glorioso degli applausi, gli ex voto, le spie e Il Foglio

Al termine del Sei Nazioni del 2002 (il terzo della matricola azzurra) l'Italia aveva infilato 14 ko di seguito dopo la prima tanto clamorosa quanto inaspettata vittoria contro i campioni in carica scozzesi. E ci si teneva, sedici anni fa, la testa fra le mani non sapendo più a che santo votarsi.

Poi nel primo match del 2003 vittoria contro il Galles al Flaminio (allora un'allegra cattedrale del rugby e non la lugubre favela attuale) e si ripartì. Adesso però, dopo la sconfitta con gli inglesi, siamo a quota 13 ko, non si vince a Roma dal 2013, in trasferta dal 2015  e sabato si va a casa dell'Irlanda, terza squadra al mondo.
Ebbene, date tutte queste pene, domenica gli azzurri sono usciti dal campo fra gli applausi e facendo il giro del prato dell'Olimpico con i tabelloni che indicavano ancora il punteggio 15-46: due mete contro sette, si potrebbe dire un inequivocabile 1-5 nel calcio. E mica qualche applauso, così per fare qualcosa, no, tutti in piedi a celebrare Parisse & Co. Nello stadione si erano stretti in 61.564 fedeli e, ok ok, almeno 20mila erano gli inglesi, ma che cosa porta all'Olimpico (e in tutto il Foro italico trasformato dalla mattina alla sera nel Villaggio del terzo tempo) tanta gente oltre a questa nazionale che perde quasi sempre (12 vittorie e un pareggio in 91 partite)? Non si sa davvero che cosa pensare, anche perché in Italia non è che ci si appassioni troppo all'impegno, se manca il risultato.

Da tempo ci si interroga sui tempi della durata di questo sostegno agli azzurri che sì tecnicamente crescono, ma quasi mai abbastanza per imporsi su chi cresce ancora più in fretta, aiutato da una tradizione trisecolare che non ci possiamo inventare.
Poi però arrivano giornate come quella di domenica in cui intanto Roma ci mette del suo e strega un esercito di tifosi. Poi l'Olimpico fa registrare il tutto esaurito e, pur perdendo non proprio di misura, gli azzurri mettono a segno un paio di mete da Paradiso. Il Sunday Times, con Stephen Jones, il più autorevole columnist del rugby anglosassone, ben conscio dell'impari confronto, ieri aveva chiesto agli azzurri di reggere almeno fino a 15 minuti dalla fine. Richiesta esaudita, con impegno e coraggio. Forse è per questo che si continua ad applaudire questi rugbysti perdenti.

EX VOTO
Ohibò, l’Italia ha perso 2 mete a 7 e sul Times fioccano voti mirabolanti per gli azzurri. Più che voti espressi dai maestri inglesi sembra, questa luccicante pagella, un nostro italico ex voto da appendere alle pareti dell’Olimpico. Voto 8 al mediano di apertura Allan, 7 a Parisse, Minozzi, Bellini, Castello, Boni e Violi, 6 a Benvenuti (insomma tutti i trequarti promossi) e a tutti gli altri ad eccezione di Giammarioli e Lovotti, giudicati insufficienti, ma di poco: 5. Che valutazioni per una squadra sconfitta!
E il Times negli ultimi anni non è mai stato tenero con l’Italia: l’anno scorso rilanciò persino la campagna pro Georgia e Romania. Che cosa è cambiato allora? Azzardiamo tre ipotesi: si è capito definitivamente che dal punto di vista tecnico e del business non ci sono alternative all’Italia; le doti di pubbliche relazioni del carismatico e unanimemente stimato ct irlandese dell’Italia, Conor O’Shea danno e daranno sempre dividendi nel mondo anglosassone; gli evidenti progressi del movimento italiano e della sua filiera (club, accademie, franchigie) orchestrati dallo staff di O’Shea sono stati riconosciuti dai padroni del vapore (a partire dal presidente di World Rugby, la Fifa ovale, Beaumont) e quindi stop alle critiche e avanti con gli incoraggiamenti.




SPIE
La realtà che si diverte ancora a superare la fantasia. Il ct inglese Eddie Jones (un tipo che ha vinto 24 delle 23 partite timonate per i bianchi) ha preparato il match contro la “piccola” Italia all’Olimpico con feroce meticolosità. Ha persino calato i giocatori in un clima da guerra fredda, applicando strategie psicologiche delle spie durante la Guerra fredda: Red Team contro Blue Team, con i giocatori addestrati a capire i pensieri del “nemico” nel momento stesso in cui le idee si formano, e scusate la sintesi. Un filino esagerato, considerato che Jones è sulla tolda di una corazzata dalla quale fatica persino a vedere laggiù in basso fra le onde la motovedetta azzurra. Vittoria doveva essere e vittoria e stata. E chi appare negli spogliatoi dell’Inghilterra, certo da una porta segrete apribile solo abbassando una combinazione di attaccapanni? 007 Daniel Craig, pronto a selfie con i giocatori che hanno spopolato sul web. La spia per antonomasia in sostegno agli inglesi che avevano studiato da spie. Così non vale.

IL FOGLIO
Il come sempre pensatissimo Foglio del lunedì dedica un’intera colonna al Sei Nazioni:  tratteggiature storiche di Giovanni Battistuzzi, tutte gustose e corrette (tranne, a essere pignoli, quella sul cucchiaio di legno, la cui assegnazione è fonte di dibattiti che qui non è il caso di ripercorrere). La lezione che arriva dal Foglio è importante per capire la percezione dalle nostre parti - all'esterno, intendo, dalla nostra riserva ovale - del Torneo nato nel 1883, ma che solamente dal 2000 ha ammesso l'Italia. “Solo” nel 2000, il che fa comunque 19 anni e 91 partite giocate dall'Italia e trasmesse in tv in diretta (Rai, La7, Sky e DMax). Ebbene, nonostante la corposità di questo periodo, per il Foglio, se si deve narrare l’epopea del Sei Nazioni, bisogna partire dall’Abc dell’Abc: prima le Nazioni erano 4, poi sono diventate 5 con la Francia; l’Irlanda nel rugby è soltanto un’unica e unita entità; la leggenda di Williams Webb Ellis; the Wooden spoon. Troppo didascalico? Forse. Comunque da tenere bene in mente mentre si apre la discussione fra gli scribi affezionati della materia.


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Giovedì 8 Febbraio 2018 - Ultimo aggiornamento: 15-02-2018 17:04

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