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Biaggi: «Marquez è imbattibile? La differenza la fa solo lui»

Biaggi

La porta del Motorhome del suo team si apre. Lui è in piedi, ad attenderci in quello che è il suo ufficio viaggiante. Da buon padrone di casa Max Biaggi ci fa accomodare. D'altro canto, siamo a Vallelunga, la sua Vallelunga.

 

Qui iniziò la sua vita da pilota e qui, nel 2012 decise di mettere la parola fine alla sua carriera agonistica. Ci ripensò, perchè la fame di velocità e competizione, in certi campioni, rimane instillata anche quando si dice basta. È servito - purtroppo - quel brutto incidente in motard per apporre il sigillo in ceralacca. Mesi difficili quelli appena trascorsi per un Biaggi comunque sereno e motivato nella sua nuova avventura da team manager con la Mahindra.
La prima domanda è d'obbligo: come sta?
«Bene dai, sto meglio. Anzi, decisamente meglio. Quando vedi d'un tratto tanto interesse cominci a farti delle domande, ti preoccupi, sopratutto quando vedi membri della famiglia che non vedi da tanto tempo».
Capitolo MotoGp: il campionato entra nelle fasi calde con il trittico asiatico. Nella sfida tra Marquez e Dovizioso, una carta preziosa in favore di Ducati potrebbe essere il suo amico Jorge Lorenzo?
«Anche nei momenti meno rosei non ha mollato, stranamente è sempre stato ottimista. Alla fine però i fatti gli stanno dando ragione: a Misano se non fosse caduto non so come sarebbe finita. Ad Aragon poi ha fatto molti giri in testa. Già dalle prossime gare può ambire alla vittoria, o comunque al podio. Per il prossimo anno poi, secondo me si potrà giocare il mondiale».
È un campionato decisamente equilibrato, in cui non si capiscono bene i valori in campo.
«E' vero: ad Aragon le Honda fanno doppietta, a inizio campionato la Yamaha dominava; poi c'è Dovizioso che ha vinto quattro gare in una stagione. Molto poi fanno le gomme. Ad inizio stagione Vinales era spaventoso, ora hanno problemi con il telaio. Colpa di quel cambio di carcassa all'anteriore? Non lo so, io non c'ero..».
Il campione del mondo si può battere?
«Quando è arrivato in MotoGp ha iniziato a vincere a mani basse e praticamente non si è più fermato, nonostante una moto negli anni non sempre competitiva. Come lo capisci? Quando lui vince e Pedrosa chiude al quinto, al sesto posto, significa che è lui a fare la differenza. Dunque la questione è un'altra: quante gare avrebbe vinto se avesse avuto sempre la moto migliore?».
La generazione dei Biaggi, dei Capirossi e dei Rossi sembra faccia fatica a tornare. Cosa manca ai ragazzi d'oggi?
«I giovani devono essere più incisivi, lavorare per migliorare costantemente. Oggi ne vedo pochi. Molto, chiaramente, fa anche l'età. Sono anni cruciali quelli in cui si forma un pilota. Hanno 15-16 anni, è una fase particolare già nella vita di tutti i giorni. In questo processo è importante anche il ruolo del team: diventiamo quasi dei consiglieri per questi ragazzi. Non bisogna sottovalutare poi il ruolo delle famiglie. Nel campionato spagnolo non le vedi mai...».
La sua prima stagione da team manager alla Mahindra si è chiusa bene, con due vittorie e due podi.
«Peccato per l'inizio di stagione. Pronti-via e ad Imola ci siamo ritrovati con entrambi i piloti infortunati. Un peccato, avevamo fatto tante prove in inverno, con un impegno importante per il team. Avevamo fatto tanti test in Spagna, erano pronti ed in palla».
Il prossimo anno che programmi avrà il suo team?
«Non saremo al via del mondiale, non è nei programmi. Ci schiereremo nel campionato italiano oppure nel campionato spagnolo, anticamera naturale del campionato del mondo. A novembre avremo le idee più chiare e definite, siamo ancora in fase di programmazione».


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