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La morte di Marco Pantani, storia chiusa: respinto l'ultimo ricorso, «improponibile la tesi dell'omicidio volontarioi»

Marco Pantani in una foto del 1999

«Legittimamente» il gip di Rimini nel 2016 ha archiviato le indagini sulla morte del ciclista Marco Pantani dichiarando che le prove disponibili «rendevano improponibile e congetturale la tesi dell'omicidio volontario compiuto da ignoti» sostenuta dai familiari del "pirata". Lo sostiene la Cassazione nelle motivazioni che confermano l'archiviazione delle indagini scaturite dalla denuncia contro ignoti presentata dai genitori dell'atleta morto per overdose di cocaina dopo aver collezionato un palmares di 46 vittorie, compresa la "doppietta" del Giro d'Italia e del Tour de France, impresa riuscita a pochi.
Con questo verdetto - sentenza 52028 relativa all'udienza svoltasi lo scorso 19 settembre - i supremi giudici hanno dichiarato «inammissibili» i ricorsi proposti da Ferdinando Pantani e Tonina Belletti, padre e madre del ciclista nato a Cesena nel 1970, contro il decreto del gip di Rimini del giugno 2016, che aveva messo una pietra sopra la denuncia per «l'infondatezza» dell'esposto presentato nel luglio 2014, un atto con il quale padre e madre sollecitavano la riapertura delle indagini sulla morte del figlio avvenuta nel 2004. Ad avviso degli "ermellini", dunque, il gip ha valutato «gli indizi a disposizione» che «unitariamente considerati» portavano alla conclusione che Pantani «si trovava da solo nella stanza» del residence "Le Rose" di Rimini quando morì, il 14 febbraio di tredici anni fa, e che «era impossibile per terzi accedervi». Si conferma quindi la conclusione delle indagini, che hanno ritenuto la sua morte sia stata causata «da una accidentale, eccessiva, ingestione volontaria di cocaina precedentemente acquistata». Cestinata la tesi che «ignoti» abbiano costretto «l'atleta ad ingerire una dose mortale di cocaina».

Questa decisione, tuttavia, non scrive definitivamente la parola fine sulla tragica vicenda di Pantani e le indagini potrebbero riaprirsi in caso di specifiche notizie di reato. «Nel procedimento contro ignoti - spiega la Cassazione nel verdetto rivolto alla mamma e al papà del "pirata" - l'archiviazione ha la semplice funzione di legittimare il congelamento delle indagini, senza alcuna preclusione allo svolgimento di ulteriori, successive attività investigative, ricollegabili direttamente al principio della obbligatorietà dell'azione penale, sicché nessuna preclusione è configurabile per lo svolgimento di ulteriori, diverse, indagini anche da parte dei difensori».

Ad oggi, però, la verità sul perché il cuore del campione romagnolo ha smesso di battere - quel lontano giorno di San Valentino - risiede «nello stato tossico-depressivo in cui versava, condizione questa che lo aveva condotto negli ultimi mesi all'uso smodato di cocaina, a cui si era associato l'effetto dei medicinali assunti che avevano determinato una grave insufficienza cardiaca acuta». L'ipotesi della mano omicida tramonta, come «una mera, fantasiosa, congettura».


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