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Rugby, Aristide Barraud all'Equipe: «Così ho reagito agli spari dei terroristi», l'intervista choc al “giocatore dell'anno 2015”

Da L'Equipe - Sandrine Rudoeix

Aristide Barraud: «La gente mi dice che sono un eroe ma non è vero, è ridicolo. Io ho la fortuna di vivere ancora, tanti altri sono morti e per me è stata solo questione di fortuna. Non mi sento il diritto di essere d’esempio, ma posso però inviare dei segnali. Se non mi abbatto, se non mi faccio prendere dall’odio, se non esprimo collera, posso avere un po' di peso in questa situazione. Se la gente legge questo articolo e ne ricava della forza io ne sarò onorato. Poi penso sempre a tutti coloro che sono morti, a chi soffre e sta ancora soffrendo e ne sono rattristato».

E’ - in assoluto - l’intervista più potente che abbia mai letto da quando, 1979, seguo il rugby, ma quello che ha detto Aristide Barraud ad Alex Bardot dell’Equipe (www.lequipe.fr) sull’edizione del 2 marzo va ben al di là di ogni contesto sportivo e abbraccia ogni aspetto della vita, della nostra vita, di quella dei nostri figli.

Quando si finisce di leggerla d’un fiato, il cuore non rallenta: lo sguardo fra Aristide e il terrorista, lo sguardo alla sorella quando sente di morire, lo sguardo dei medici che devono decidere se salvargli la vita togliendogli il polmone ferito cancellando così il suo futuro di atleta. Ci vuole un po’ per riprendersi e per capire che questo ragazzo di 26 anni ha portato luce, speranza, coraggio, saggezza.

Due pagine e mezzo, la sinossi di un libro che dovrà essere scritto, il soggetto di un film che dovrà essere girato e non solo perché il giovane parigino, mediano di apertura del Mogliano, studia cinematografia alla Sorbona: Barraud è il primo rugbysta negli ultimi 70 anni che cercherà di tornare a giocare ad alto livello dopo avere subito terrificanti ferite da guerra, come è accaduto ad alcuni internazionali nel 1920 e nel 1947, quando ripresero le sfide sui campi da rugby del Cinque Nazioni dopo le mattenze dei conflitti mondiali: in campo giocatori ex soldati senza un occhio, senza le dita di una mano, i corpi coperti dalle cicatrici delle schegge delle granate. Ma Aristide, 26 anni, cresciuto nelle banlieues di Parigi e amante del cinema neorealista italiano, non è stato quasi ucciso quando combatteva in una trincea, ma quando stava davanti al ristorante Piccola Cambogia a Parigi insieme alla sorella minore Alice la sera del 13 novembre 2015 in cui i terroristi jihadisti massacrarono 130 persone inermi.

Già dopo l’eccidio di gennaio a Charlie Hebdo il rugbysta francese, che fra quattro mesi sarebbe stato eqiparabile e quindi convocato dallo staff degli azzurri grazie alle tre stagioni trascorse in Italia, ci aveva messo la faccia dicendo che il sangue e l’odio sparso dai terroristi non avrebbero dovuto farci rinunciare a una società multietnica basata su accoglienza e condivisione. Concetti ripetuti anche una volta uscito in dicembre dall’unità di terapia intensiva dell’ospedale dove aveva lottato a lungo per vivere: «L'amore è più forte della morte. Pace a tutti».

BARRAUD RUGBYSTA DELL'ANNO 2015
Per questo Il Messaggero, pur nell’anno degli All Blacks di nuovo campioni del mondo con Richie McCaw e Dan Carter, ha nominato Aristide Barraud “Rugbysta del 2015”.
Ci siamo stretti la mano dopo Francia-Italia allo Stade de France l'8 febbraio: Aristide parla sempre “con voce dolce, senza mai lamentarsi”, come ha scritto Alex Bardot sull'Equipe: "Era in nostro primo incontro e via via che raccontava mi sono sentito coinvolto come mai mi era capitato: questa intervista ha segnato la mia vita".

Ecco alcuni passaggi dell'intervista rilasciata a quotidiano sportivo francese, che ringraziamo, alla vigilia del quarto intervento chirurgico in cui a Barraud è stata sistemata una placca di titanio per compensare i danni causati della pallottola di kalashnikov che ha fratturato cinque costole e trapassato un polmone. Intervento perfettamente riuscito.
Quella sera il mediano di apertura venne raggiunto da altri due colpi: uno alla coscia destra, nessuna ferita grave, e un altro che si frantumò sul marciapiede proiettandogli schegge in una caviglia e sul tendine di Achille della gamba sinistra, causando forse le ferite più pesanti per chi vuole tornare a giocare a rugby ad alto livello.
La sorella Alice, che deve probabilmente la vita a un riflesso del fratello che se l’è messa alle spalle ai primi spari, ha riportato una doppia frattura scomposta all’avambraccio destro, devastato da un altra pallottola.
«E’ positivo che si susseguano queste operazioni in ospedale, vuole dire che tutto procede bene» racconta spiegando che si è messo un anello all’orecchio sinistro in onore di Corto Maltese, come lui innamorato di Venezia.

Come è la sua vita dopo il 13 novembre?
«E’ un mondo parallelo, come se non fosse la mia vera vita. Ci sono però molte cose che mi aiutano a progredire, come l’abitare a Massy (25 km a sud di Parigi) insieme ai miei familiari. Parigi è la mia grande passione, ancora prima del rugby: quando vado in taxi in ospedale in centro mi dico che è ”forte”. E se penso che sono quasi morto dissanguato sull’asfalto di Parigi, sento un legame ancora più forte per la città».

Riesce a realizzare che è lei il protagonista di questa storia?
«Ancora sento un po’ l’effetto del male. Non mi sembra possibile che questa sia la mia storia». 

Che cosa le hanno detto gli psicologi?
«Che non ho reagito normalmente. In un istante ho capito e ho agito. E’ stato istintivo, ho sentito tre spari, ho girato la testa e ”lui” mi ha guardato mettendomi in gioco. E ho preso una decisione un decimi di secondo, come devo fare sul campo. Il mio riflesso è stato di mettere mia sorella dietro di me (mima il gesto con il braccio). E’ in quel momento che siamo stati colpiti. Quel riflesso, mi hanno detto gli psichiatri, è frutto del mio essere sportivo di alto livello. Ci alleniamo tanto perché certi gesti diventino istintivi quando serve. Quella sera mi è servito. I medici mi hanno che sono gli sportivi di alto livello e i militari a reagire in questo modo, mentre gli altri solo in seguito ne prendono coscienza».

Una battaglia da combattere.
«Fin dall’inizio abbiamo capito che quello che ci salva, intendo me e mia sorella, è che abbiamo una battaglia da condurre. Una battaglia psichica, pacifica, per mostrare che la vita continua. Mia sorella è stata ferita all’avanbraccio: doppia frattura scomposta. Lei è un’acrobata professionista. E la sua carriera cominciava a decollare. Dopo gli attentati un chirurgo le ha detto: “Bisogna cominciare a pensare a un’altra vita”. Ha accusato il colpo, ma quando il dottore è tornato due giorni dopo, gli ha detto: “Quando farò il mio primo spettacolo, le manderò i biglietti”. E’ dura, ma lei è come me, veramente determinata.

Che cosa le dicono i medici?
«I dottori dicono che potrò tornare in campo in estate. Quando ho preso la pallottola sul piede ho pensato: “Se me la cavo, con il rugby è finita”. Ero sicuro che l’avrebbero amputato. Il primo giorno, all’ospedale, quando mi sono svegliato, ho pensato: “Wow, sono vivo”. Ma ero sicuro che non avrei giocato mai più. “Ok, avrò una protesi, farò delle maratone, del triahlon, del trekking”. Al terzo giorno mi hanno detto: “Potrai tornare a giocare”. Da quel momento ho sentito una forza interiore che mi ha spinto e che mi sostiene ancora. Non capisco bene cosa sia, ma è impressionante. I dottori dicono che questa forza vitale mi ha salvato. I medici non hanno ancora capito come non sia morto nei primi dieci minuti. E quando ho detto loro che non ero nemmeno svenuto, non ci credevano. Da un punto di visto fisiologico, ciò non era in pratica possibile. Avevo perso quasi tutto il mio sangue. Il rischio era il polmone trapassato. Volevano togliermelo. Ci hanno messo del tempo prima di decidere se operare, potevo non sopravvivere all’intervento. Un medico ha allora deciso di farmi un’ecografia al cuore. Quando ha applicato l’apparecchio e ha gridato ai colleghi: “Oh, putain! Venite a vedere, ha il cuore di un bue!“. Ho girato la testa e ho visto il mio cuore che pompava: bum, bum. Mi hanno domandato: “Lei è uno sportivo?” Ho detto di sì. A Mogliano la nostra strategia di gioco vuole che il numero 10 corra molto. I medici si sono allora detti che avevo qualche chance di farcela. devo la vita e il futuro a due giovani chirurghi dell’ospedale di Bichat che si sono presi la responsabilità di operarmi salvando il polmone».

Subito dopo gli spari è arrivato...
«La prima persona che è arrivata sul posto dopo la sparatoria è stato il medico Serge Simon (ex pilone delllo Stade Français, dove ha giocato anche Aristide, e della nazionale francese e poi anche rappresentante di Provale, sindacato dei rugbysti  professionisti, stava cenando a casa di amici nei pressi del ristorante, ndr). Ero a terra, sentivo che stavo morendo. Ho chiesto a mia sorella se era stata ferita: ”Sì, al braccio”. Poi mi ha raccontato che lo ho risposto: ”Bah, non è male”. Ho lasciato la testa cadere all’indietro, ho chiuso gli occhi, mi sono sentito morire. E’ stato il momento più duro da accettare: l’agonia prima della morte. La mia e quella della gente attorno a me. Si sentivano gli ultimi respiri, le ultime parole. A quel punto ho udito: “Sono un dottore, salve, mi chiamo Serge”. L’ho riconosciuto subito. “Siete Serge Simon. Salve, mi chiamo Aristide. Sono un rugbysta”. ”Sei stato colpito?” ”Sì, a un piede” ”Me ne frego del piede. E qui?”. E ha indicato il torace. Ha aperto il giubbotto e ha visto tutto quel sangue. Ha fatto i primi gesti prima di orientare i soccorsi. Ha messo me e mia sorella nella posizione laterale di sicurezza: uno di fronte all’altro: le parlavo, preparavo il momento in cui sarei morto, ma Simon mi ha salvato la vita. Questo vuole dire tutto e niente, ma in realtà sì, senza di lui sarei morto».

Lei sapeva di essere così forte fiscamente e mentalmente?
«Sì, forse non ho molte qualità come rugbysta, ma ho una grande forza di volontà. Il mio allenatore ai tempi del liceo Lakanal, a Sceax mi diceva: “Sei l’unico al quale devo dire di smettere di allenarsi”. Mi piace andare fino in fondo alle cose».

Questa confidenza nasce da altre prove che aveva già affrontato?
«Nella mia cariera mi è capitato di arretrare, ma sono sempre stato convinto che non avrei dovuto accettarlo. Mi hanno detto che ero folle a lasciare lo Stade Francais con ancora un anno di contratto. Ma volevo giocare con continuità e sono sceso in Federale 1 a Massy, in modo anche da finire i miei studi alla Sorbona. Siamo risaliti in Pro D2, ma ho trovato come un muro tra me e il livello più alto e così ho deciso di aggirarlo, quel muro, cercando un altro sentiero».

Ed è finito a Piacenza, nella seconda divisione italiana
«Ma finalmente dopo un anno e mezzo il rugby ha iniziato a sorridermi. Prima dell’attentato ero (a Mogliano, ndr) nella mia forma migliore, avevo la sensazione che sarebbe stata la mia stagione. Sembrava che mi sarei allenato con la nazionale italiana nel periodo del Torneo (la prossima estate Barraud sarebbe stato equiparabile per gli azzurri dopo tre stagioni trascorse in Italia)».

Anche se lei ama gli ostacoli quello che le è capitato è fuori dal comune: che cosa ha pensato quando ha ricevuto questo colpo che ha fermato il suo slancio.
«Quello che mi interessava era di restare in vita insieme a mia sorella. E quello che mi impegna adesso è la rieducazione, è come tornare sul campo. Abbattersi non è mai un’opzione. Quando i medici entravano in camera per drenare il sangue dal polmone chiedevano a mio padre di uscire perché era un’operazione molto dolorosa per me. Mio padre mi diceva poi che li vedeva uscire esausti. Non avrei dovuto recuperare il mio polmone in meno di tre anni, invece è già a posto al 100 per cento. Ho solamente fretta di essere al primo giorno di rieducazione. Il 10 marzo, alle 8 del mattino».

Lei dà l’impressione di voler trasformare la sfortuna nella possibilità di vivere qualcosa di ancora più eccezionale.
«E’ una buona frase. Quando ho rivisto la mia piccola sorella le ho detto: dobbiamo ripartire, dobbiamo farcela. E poi c’è un’altra cosa: nei giorni dopo l’attacco ho avuto un momento di grande lucidità. Non so che medicine mi avessero dato (sorride), ma tutto immediatamente ha avuto senso.Ho visto chiaramente tutti gli episodi della mia vita che mi avevano condotto fino a lì. E tutto quello che mi era capitato era già stato accettato, formalizzato, collocato nell’insieme della mia vita. Ho capito ciò che volevo e le mie ambizioni si sono decuplicate. In quel momento avevo il cuore che batteva forte, il mio corpo si stava risvegliando. Non sono riuscito a dormire per tutta la notte, nonostante tutto quello che mi davano. Pouff pouff (mima questa forza che gli attraverso il corpo). E’ stato impressionante. Ho vissuto un momento di forte consolidamento, ho visto solo gli aspetti positivi di tutta la situazione».

Nella sua battaglia che cosa che riguarda per chi non ce l’ha fatta o per mostrare che la vita continua?
«La gente mi dice che sono un eroe ma non è vero, è ridicolo. Io ho la fortuna di vivere ancora, tanti altri sono morti ed è stata solo questione di fortuna. Non mi sento il diritto di essere d’esempio, ma posso però inviare dei segnali. Se non mi abbatto, se non mi faccio prendere dall’odio, se non esprimo della collera, posso avere qualche peso in questa situazione. Se la gente legge questo articolo e ne ricava della forza io ne sarò onorato. Poi penso sempre a tutti coloro che sono morti, a chi soffre e sta ancora soffrendo per quello che è accaduto e ne sono rattristato».

L’8 febbraio era allo Stade de France per Francia-Italia, come ha vissuto quel momento?
«Era solo la seconda partita che vedevo. Prima mi volevo proteggere, vedere delle immagini di rugby mi faceva male. Francia-Italia simbolicamente era qualcosa di forte, perché sono i miei due paesi. Soprattutto allo Stade de France, dove per la prima volta ero stato a referto in un match professionistico, con lo Stade Français, nel 2010».

Guardando quel match si è sentito proiettato nel futuro della squadra italiana?
«Ho detto a Fabien Galthié, quando l’ho incrociato dopo il match: “Nel giro di un paio d’anni sarò in campo”. Me lo sono promesso. Se un giorno potrò indossare la maglia azzurra ne sarò molto orgoglioso, felice per me e per tutti quelli che mi hanno aiutato. Tanto più dopo quello che è successo. E’ un bell’obiettivo, ma la prima tappa è quella di camminare. Non posso cercare di andare troppo in fretta, di puntare troppo lontano, non voglio creare della frustrazione della collera. Ho fatto delle ricerche ma non ho trovato sportivi di alto livello che siano riusciti a recuperare appieno dopo aver subito ferite da guerra. Non vorrei che dovessi vivere questa esperienza. ma non ho paura. Già in Rianimazione mi davo dei piccolo colpi alle costole per preparare il mio corpo al contatto (tocca dolcemente il costato dove è entrata la pallottola).  Ho un piccolo programma di rieducazione atletica e di ripresa del contatto perché penso che sarà difficile riabituarmi al duello fisico del rugby ad alto livello».
Che cosa farà?
«Ho pensato di iscrivermi a Treviso allo stesso club pugilistico di Fabio Semenzato, il mediano di mischia del mio club (Mogliano, ndr) che è un ottimo boxeur. Gli ho chiesto di occuparsi di me perché io possa salire sul ring alla fine dell’estate, per un vero match. Prenderò qualche botta, mi farà bene. Ma non ho paura. Ho previsto anche lotta lotta greco-romana, ma anche camminate, ferrate, una mezza maratona a fine luglio, uscite in bicicletta sulle Alpi. E’ questo che sogno, cose semplici, lontano dalle medicine, dalla morte, dall’odore della polvere da sparo.
Ha mai ripreso in mano il pallone?
«Due volte, anche se non posso ancora fare dei passaggi a causa delle costole. Il rugby ha cominciato a mancarmi davvero dopo un mese e mezzo. Prima avevo troppi dolori, non riuscivo nemmeno ad allungarmi, a sedermi. E mi dicevo: E tra un anno tu sarai in campo a prendere delle tramvata (sorride). Il rugby, nella vita che avevo, sembrava una cosa così secondaria. Eppure è ciò che mi ha tenuto la testa fuori dall’acqua».

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IL DOTTORE-PILONE SERGE SIMON
Il giorno dopo l'intervista ad Aristide Barraud, il caso giornalistico dell'anno, L'Equipe ha sentito Serge Simon, ex pilone della nazionale francese e medico: «Con tre pallottole in corpo - ha detto a Renaud Bourel - quel ragazzo era più lucido di me, arrivato di corsa in mezzo a quel carnaio. E' stata la sorella a richiamare la mia attenzione: "Aiutatemi, mio fratello sta per morire. Figuriamoci il mio stupore quando quel ferito coperto di sangue mi ha riconosciuto dicendo anche che era un rugbysta che giocava in Italia. Io invece non sono un medico di guerra e lì attorno c'erano 14 morti e decine di feriti: ero  così sotto choc che ho pensato che il ragazzo e la ragazza fossero italiani. Ho fatto il possibile per tamponare le ferite, ma il giorno dopo non ho avuto il coraggio di telefonare all'ospedale: non avrei sopportato il dolore se mi avessero detto che non ce l'aveva fatta. Così è stata mia figlia a telefonare chiedendo notizie di due fratelli italiani che naturalmente non si trovavano. Adesso sento Aristide come un figlio e  quando ho letto l'intervista mi sono sentito di nuovo illuminato come ogni volta che parlo con lui: credetemi, è un ragazzo di enorme spessore. In quella notte che ha segnato le nostre esistenze gli ho sentito dire alla sorella: "Ecco, sono morto e sono arrivato nel paradiso dei rugbysti. E chi mi accoglie? Il presidente del sindacato dei giocatori professionisti per sapere se sono in pari con il pagamento dei contributi».  


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Sabato 5 Marzo 2016 - Ultimo aggiornamento: 11-03-2016 23:18

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