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Il triste destino dell'Aquila Rugby: il glorioso club vicino alla scomparsa
Il J'accuse dei giocatori

L'Aquila rugby club nel campionato di serie A 2016/2017 (dal profilo Facebook)

Detto che non c'è alcun obbligo per una città di schierare una squadra di rugby in Serie A e che va pure accettato quello che il contesto del territorio è in grado di offrire, detto ciò, fa veramente male la caduta dell'Aquila rugby club per colpa di liti da pollaio.

Dopo 81 anni di storia, cinque scudetti, crisi e ripartenze, retrocessioni e promozioni in Eccellenza, il club neroverde è sull'orlo della scomparsa per la mancata presentazione, domenica scorsa, alla prima giornata del campionato di Serie A. Sotto trovate la struggente, sì molto struggente lettera dei giovani giocatori superstiti, condivisibile in pieno, scritta con il cuore da rugbysti genuini, che hanno scelto di restare, di rifiutare le offerte di altri club, ragazzi credibili perché non chiedono per loro soldi o chissaché, ma solo di poter giocare nella squadra della loro città che fin dal 1936 si è totalmente identificata in questo sport. “Rovigo e L'Aquila”, si è sempre ricordato quando si dovevano indicare le isole più rigogliose e inespugnabili del rugby nostrano. E poi quello stadio Fattori con la pista del velodromo che cinge il campo come le mura di un castello. Non ci sono dubbi: L'Aquila, in fatto di rugby, non è una città qualsiasi: la sua eccezionalità merita di essere difesa.

Ora qui è francamente impossibile vagliare fra probi e reprobi, cirenei e opportunisti, leali e Giuda, ma il risultato è che l'insieme delle componenti della società civile aquilana non è evidentemente riuscita a trovare una soluzione alla crisi del club, ammesso che tutte loro siano convinte che una realtà come una storica squadra di rugby porti benefici alla collettività in fatto di identità, di educazione civica, di rapporti fra le generazioni, di entusiasmo, di obbiettivi per i “quadrani” (i più giovani), di collante anche con il mondo universitario e imprenditoriale. Per di più non è che all'Aquila abbondino le alternative in fatto di sport e certo nessuna di esse figura negli Annali nazionali come il rugby.

Fa pena pensare che in questi giorni a far traboccare il vaso sia stata una somma che vale più o meno una berlina anche poco accessoriata: 20mila, al più 25mila euro per il passaggio di otto cartellini che avrebbe (forse) permesso al club di contare sul numero minimo di giocatori per iniziare il campionato. Ma tant'é. E non si va più in là nemmeno sospirando che tutto ciò non sarebbe accaduto se Mauro Zaffiri, il presidente che ci metteva sempre una toppa, non fosse improvvisamente morto il 24 agosto.

Il piano aveva iniziato a inclinarsi pericolosamente già nel 2006 con il passeggio del titolo tra una società e l'altra, primo e inascoltato campanello di allarme. Il terremoto del 2009? Beh, aveva evidenziato di nuovo la caratura dei giocatori di rugby, tutti mobilitati dall'allora allenatore Massimo Mascioletti per rischiare la vita portando in spalla i ricoverati fuori dall'ospedale pericolante. Il trequarti Dario Pallotta, mentre tutto scricchiolava traballando, fece su e giù tre volte le scale di casa per traghettare fino alla strada tre anziane vicine, prese in braccio come bambine. E poi lo squadrato nuovo stadio del rugby (Il Gran Sasso, ora passato al calcio...) ancora in costruzione, trasformato in un accampamento con le tende per gli sfollati accuditi dai rugbysti. Fece il giro del mondo una foto di Roberto Grillo di quella distesa di tela blu sotto i pali ad H. E poi la morte, quella lugubre notte, del pilone Lorenzo Sebastiani.

Ancora una volta il rugby e L'Aquila, in quelle ore tragiche, erano stati una cosa sola. Un esempio per l'Italia, un esempio per il mondo: quell'anno alla società aquilana l'International Rugby Board (la Fifa ovale) diede il premio IRB Spirit of Rugby. Invece pochi giorni fa il club si è trovato così a corto di atleti da non poter partecipare al torneo dedicato al suo giocatore scomparso. Uno scempio.

In questi ultimi anni sulla scena ovale cittadina si sono avvicendati vari personaggi perché, pure in ribasso, i colori neroverdi un po' di visibilità la garantivano. Poi molti si sono dimenticati di pagare la corsa del taxi. E poi sono sorti altri club, le poche forze ovali del territorio si sono ulteriormente divise, qualcuno dice persino per questioni politiche. I campanili li aveva tirati giù il terremoto, ma evidentemente nelle anime di tanti erano restati in piedi e andavano tutelati anche all'insegna del “tanto peggio, tanto meglio”. Possibile che in una regione che conta un milione e 300mila abitanti non sia stato possibile creare una franchigia come in Romagna, che ha il triplo di abitanti e una tradizione rugbystica quasi nulla rispetto a quella aquilana?

Stagione dopo stagione, le 99 cannelle della fontana ovale aquilana si sono inaridite, escamotage dopo escamotage, si è tirato avanti con la cinghia sempre più bucata e aggiungendo una pezza dopo l'altra alla maglia con i 5 scudetti, l'ultimo  vinto nel 1994 contro la roboante Milano di Berlusconi. Ci pensate: i montanari dell'Aquila che battono i parvenus milanesi! Che festa in città. Che orgoglio per la città.

E adesso? Il reato di indifferenza non è punibile, le accuse incrociate confondono il quadro e anche chi (e ci sono) ha dato tanto alla causa (soldi, tempo, figli) solo per passione è stanco. L'ultimo rantolo è vicino (due settimane perché dopo la rinuncia a tre match scatta l'espulsione dal campionato) ma non è stato ancora esalato. Gli enti locali e le forze imprenditoriali decidano una volta per tutte se vale la pena fare qualcosa di concreto. La Federugby, che pure non è istituzionalmente coinvolta, non si tirerà indietro se qualcuno verrà fuori con idee e risorse.

E' vero che lo scenario generale aquilano risente ancora pesantemente del disastro del terremoto, ma al tempo stesso il territorio gode di massicci finanziamenti per la ricostruzione, fondi che, in parte, prevedono anche il sostegno al recupero dei valori tradizionali del territorio. C'è ancora il rugby fra questi valori? Li crea, il rugby, questi valori? Prima di rispondere leggete la lettera dei giocatori, presente e futuro della città. 

La lettera dei giocatori
L’emozione è troppo forte e speriamo di riuscire a leggere queste righe che altro non sono che il pensiero della squadra, una squadra che hanno provato a dividere ma senza riuscirci, una squadra unita da qualcosa di più di una semplice amicizia sul campo, una squadra che ha voluto raccontarvi ciò che abbiamo passato per farvi capire il periodo difficile che stiamo vivendo, un momento che speravamo non arrivasse mai.
Mancano pochi metri, ci separa solo una porta, ma non possiamo aprire questo lucchetto, non ci fanno aprire questo lucchetto. Ci stanno impedendo di entrare nella nostra Casa, il nostro stadio. Dopo tante chiacchiere lette e sentite in queste settimane, ora è il momento che date la voce alle uniche persone degne di parlare di maglia, di colori e di appartenenza.

Siamo noi le uniche vittime dei loro sporchi giochi, siamo ragazzi di 20 anni che hanno dimostrato i propri valori morali, la voglia di credere ad un sogno già dallo scorso anno, quando nelle massime difficoltà abbiamo deciso nonostante tutto di scendere in campo ogni domenica, impegnarsi, combattere, sacrificarsi per il rugby aquilano, arrivare a giocare una finale, pensando di poter rappresentare l’orgoglio di questa città.
Siamo gli unici che hanno creduto nel progetto voluto da Mauro Zaffiri, siamo gli unici che vogliono portare avanti quel progetto e realizzarlo, siamo gli unici che vogliamo onorare la sua memoria. Per un anno intero ci siamo battuti in nome di una appartenenza in cui abbiamo sempre creduto, anche se la città non ci ha mai fatto sentire il suo supporto e la sua vicinanza, ci siamo sentiti soli senza quel sostegno che è la nostra fede e religione, ad affrontare problemi troppi grandi per ragazzi della nostra età.

Per un mese ci siamo allenati credendo che c’erano persone che lavoravano per superare i problemi esistenti. Mentre noi preparavamo la partita di domani, loro facevano i loro squallidi intrighi, sotterfugi, accordi per garantirsi quel micropotere a cui tanto aspirano. Mentre ci raccontavano la favoletta, lavoravano per affossare il nostro futuro, le facce nuove che dovevano portare maggiore credibilità alla società ci hanno riempito di bugie, siamo grati alla sola persona che in più occasioni ci ha guardato in faccia e ha cercato di spiegarci quello che stava succedendo.
Chi non ci permette domani di giocare sono sia i nemici storici sia quelli che si erano dichiarati amici, persone che fanno finta di litigare solo quando le luci delle telecamere sono accese. Abbiamo più volte dichiarato la nostra volontà di andare avanti, di sacrificarci pur di giocare il campionato e di dare alla società la possibilità di risollevarsi, ci siamo detti disponibili ad andare incontro alle loro difficoltà, ma a quanto pare questo non importa.
Abbiamo sentito dalle loro bocche parole come maglia, colori, impegno, sostegno, rugby, ma non sanno cosa significano, dette da loro sono parole vuote. A nessuno di loro interessa far rinascere il rugby aquilano, farlo crescere e essere un riferimento per tutti, interessano solo i lori piccoli affari.

Vogliamo sapere da voi come si può pensare che la città dell’Aquila “tornerà a volare” quando noi giovani veniamo cacciati dalla nostra casa, quando ci si impedisce di lottare per il nostro futuro e il nostro sogno. Dite che i giovani sono il futuro, sappiate allora che oggi, 20 tasselli del vostro futuro non ci sono più.

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P.S. (p.r.b.) Anno dopo anno si rimanda il problema, ma prima o poi arriverà qualcuno che seppellisca l'infausta, equivoca, inutile e insopportabile definizione di Eccellenza per la massima serie? Ogni volta che si esce dall'angusta riserva ovale iniziano i fraintendimenti e le necessità di chiarire. Adesso stiamo parlando dell'Aquila che gioca in serie A e allora i non rugbysti si impressionano: "Urca, una squadra di serie A che rischia di sparire?". E allora devi chiarire che in realtà la serie A è la serie B, anzi qualcuno potrebbe dire la serie C...
Insomma non è facile spiegare perché i migliori giocatori italiani, quelli che negli altri sport sarebbero da serie A e nel giro della nazionale, siano in realtà ristretti in due franchigie (altra singolarità) destinate solo alle coppe europe. Ecco allora la prima serie, quella che assegna lo scudetto: ma non si chiama serie A, si chiama Eccellenza. Termine che in paese calciofilo come il nostro riporta alla ben poco lusinghiera quinta serie (sarebbe la serie E, insomma) del pallone tondo.
E solo dopo nel rugby viene la serie A, ovvero, in realtà, la B. E poi la C1 Elite (e già, chissà che elite) e infine la C senza aggettivi, C plebea, il fondo del barile, perché più di cinque categorie il movimento non le sostiene. Ah, di professionismo si può parlare davvero, e non senza difficoltà, solo per le due franchigie. 
Proposta: non ci vergogniamo di quello che siamo e chiamiamo le cose con il loro nome. Dopo le franchigie dovrebbe venire la Serie A, poi la B, poi la C e la D. Oppure, se i sapientoni del marketing storcono il naso, facciamo in alto il Top 10 e poi però ripartiamo da B e C. Perché continuare a confondere e a bluffare?   


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1 di 1 commenti presenti
Brugge
2017-10-02 10:54:23
continuo a ritenere che il tracollo del rugby centromeridionale sia imputabile in gran parte alla brillante e lungimirante azione della federazione che decise di scippare la franchigia a Roma per regalarla a Treviso per questioni meramente politiche. Brillante e lungimirante decisione che seguì quella ancor più brillante e lungimirante decisione di aderire alla Celtic League, col risultato di squalificare ulteriormente il già scarso campionato italiano. Ma tant'è...

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