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Rugby, Lions feroci battono 21-24 gli All Blacks e pareggiano la serie a Wellington Highlights

Rugby, Lions feroci battono 21-24 gli All Blacks e pareggiano la serie a Wellington Highlights

E adesso, dopo il sacco di Wellington dei Lions che contro ogni pronostico hanno battuto 21-24 gli All Blacks, è iniziata davvero l'attesa per il giorno del giudizio: sabato prossimo a Auckland il match che per i riti del rugby (nonché per il mero business) vale più di una finale della Coppa del Mondo anche se sulla carta, per i profani dell'ovale, sarà solo una "amichevole".

Nella burrascosa serata nella capitale neozelandese, al solito spazzata dalla pioggia e dalle raffiche di vento del Pacifico, è accaduto qualcosa che semplicemente non doveva accadere: i tre volte campioni del mondo sconfitti senza essere riusciti a segnare nemmeno una meta ("solo" 7 piazzati di Barrett che ha pure centrato un palo ciccando altre due occasioni) e agli amanti dei record il piacere di scoprire se questo non fosse accaduto dai tempi di Noè. A memoria, non avevano marcato nemmeno una meta ma avevano pareggiato 12-12 con l'Australia nel 2012 e sempre con l'Australia avevano vinto 12-6 nel 2002. Di sicuro non perdevano in casa dal 2009 e non perdevano dai Lions dal 1993. 




Invece i derelitti Lions, gli arcisfavoriti Leoni, di mete, oltre ai piazzati di Farrell, ne hanno segnato due con Faletau (59') e Murray (68') annichilendo il pianeta ovale rassegnato fino ad oggi allo strapotere senza confini dei Tutti Neri, un'aurea di invincibilità che non ha eguali in ogni sport, in ogni epoca, in ogni latitudine e che nelle contrade del rugby portava sempre più alla gola un po' di amaro nonostante la magnificenza delle incredibili giocate neozelandesi.
Per dirne una: pare impossibile, pare contraddittorio, ma al mondo il "marchio" All Blacks è più conosciuto dello stesso rugby. Un marchio che vale un Perù e che rivaleggia con quello della Ferrari e delle grandi espressioni dello sport americano e inglese. Un marchio sotto al quale c'è una nazione di 4,5 milioni di abitanti (e, sì, il copione vuole che lo si ricordi sempre, 60 milioni di pecore) sperduta fra il mar di Tasmania e il Pacifico. Una piccola ex colonia contro gi eredi dei regnanti vittoriani: ecco cos'è, anche, All Blacks contro Lions.

Sono bravi, belli, forti, geniali, i rugbysti neozelandesi, e vincono in pratica sempre: il 91% dei match, altro record sportivo senza pari. Allora la parola "noia" è offensiva e immorale, ma certo un po' di scontatatezza gli All Blacks hanno finito (mica per demerito loro, è chiaro) per crearla in questo mondo ovale già storicamente fossilizzato nella sue rade gerarchie.

Non è la misera soddisfazione da Colosseo di vedere i più grandi cadere ai piedi dei più deboli (ché i Lions non sono di sicuro Davide) ma è la speranza di intravedere ogni tanto una possibile via alternativa al rugby di vertice rispetto all'autostrada tracciata dai neozelandesi che solo loro però (per tradizione, acume, genetica e una montagna di questioni storiche irripetibili altrove) possono percorrere a tutto gas, come dimostrano anche le ultime due coppe del mondo vinte di seguito, impresa mai riuscita prima ad alcuno. Il rugby e i suoi valori sono fra gli architravi del tessuto sociale nazionale come non si registra in alcun altro paese, ad eccezione del piccolo Galles e, fino a qualche anno fa, nell'enclave dei boeri in Sud Africa. E' anche per questo che la pressione sulle spalle degli All Black è sempre imponente: è quella della propria nazione e della sua storia. E' il prezzo della gloria.

Ricapitoliamo: i British and Irish Lions, fantastica perpetuazione del rugby ottocentesco dei pionieri che somma i migliori giocatori di Inghilterra, Galles, Scozia e Irlanda ogni quattro anni in visita a rotazione alle potenze dell'emisfero sud Sud Africa, Australia e Nuova Zelanda, non hanno mai vinto la serie (3 o 4 test match) con gli All Blacks e ogni 12 anni sono stati regolarmente mazzolati nell'isola dalla lunga nuvola bianca ad eccezione del lontano 1971. L'ultima volta qui, nel 2005, furono 3 pesantissimi ko su 3 match per i Lions nonostante la guida di sir Woodward, ct dell'Inghilterra campione del mondo. Warren Gatland, il neozelandese ora al timone dei Leoni, ha già fatto meglio di lui e questo aggiunge benzina all'attesa, data anche la sfida verbale parecchio rude di questi giorni fra lui e Steve Hansen, l'immacolato allenatore degli All Blacks che lascerà dopo i mondiali 2019: e, sì, a Gatland quella panchina piace assai. 

Adesso, dopo aver perso malamente il primo test 30-15 e dopo aver fatto intonare una litania di De Profundis, i Lions si sono imposti 21-24 nel secondo: sabato prossimo a Auckland la partita che vale la serie, che vale tutto (anche mezzo punto di pil neozelandese grazie a un favoloso indotto) e che mobiliterà davanti alla tv l'ex impero britannico (vabbeh, tutto il mondo o quasi) e gli altri sudditi di vario lignaggio di Ovalia.
C'è rugby sulla Terra oltre agli All Blacks? Lo scopriremo fra una settimana tenendo il respiro per 80 minuti. Ah, tra i siderali record dei tutti neri ce n'è uno che cade a puntino: all'Eden Park di Auckland gli All Blacks non perdono appena dal 1994 (Francia in stato di grazia): un'intera a generazione di neozelandesi non ha mai pianto per una sconfitta in quel "paradiso" di stadio.

Nel Westpac Stadium della ventosa capitale, poi, i Lions hanno in pratica giocato in casa nella fredda serata di sabato: l'impianto tiene meno di 40mila spettatori ovvero il mostruoso numero di tifosi che dalla Gran Bratagna sono al seguito dei Lions (un viaggio di sette settimane un filino costoso per cui tanti risparmiano una vita) e così i supporter in maglia rossa tappezzavano le tribune in maggioranza rispetto a quelli in maglia nera. Sgomento al 24' quando l'arbitro francese Garces (in generale parecchio confuso) ha cacciato la star tutta nera Sonny Bill Williams per una placcaggio portato pericolosamente con la spalla sulla testa di Watson. Giusto. Così gli All Blacks si sono trovati in 14 per 56 minuti. Peggio: il ct Hansen, per bilanciare quel buco fra i centri, ha mandato in panchina la terza linea Kaino inserendo fra i trequarti il debuttante Ngani Laumape che pure se l'è cavata. Quella che è mancata, e si è visto, è stata la micidiale pressione che Kaino è sempre in grado di mettere alla mediana avversaria con cariche devstanti.

Eppure a lungo la ferocia dei Lions è stata attenuata non solo dalla burrasca ma pure da tanti errori. Logico, umanamente comprensibile: la frenesia di vincere anche grazie all'insperata superiorità numerica annebbiava le idee di Sexton e compagni. Da crederci: sempre riguardo gli strabilianti record della Nuova Zelanda, erano esattamente 50 (cinquanta!) anni che un All Black non veniva espulso in un test match. Ed avvenne in Scozia, mentre in casa non era mai accaduto. Per i Lions, perdere in queste circostanze avrebbe significato uno smacco insostenibile. Al contrario, una vittoria degli All Blacks pur menomati avrebbe richiesto la ricerca su Marte di avversari in grado di impesierirli almeno un po'. Che situazione, che tensione sotto la pioggia gelida.

Dopo il primo tempo chiuso in parità (9-9) e una fuga dei neozelandesi (18-9), tuttavia, la ricchissima somma dei talenti dei Lions e il sovrannumero hanno cominciato finalmente a dare frutti e al 68' è arrivato il pareggio 21-21 seguito poco dopo dal calcio decisivo di Farrell, meritata ricompensa per una squadra votata al sacrificio in difesa e capitanata dal guerreggiante gallese Warburton che dopo il fischio finale ha subito rilanciato: "Sabato prossimo abbiamo un lavoro di finire". 

LE FORMAZIONI
Nuova Zelanda: 15 Israel Dagg, 14 Waisake Naholo, 13 Anton Lienert-Brown, 12 Sonny Bill Williams, 11 Rieko Ioane, 10 Beauden Barrett, 9 Aaron Smith, 8 Kieran Read (c), 7 Sam Cane, 6 Jerome Kaino, 5 Samuel Whitelock, 4 Brodie Retallick, 3 Owen Franks, 2 Codie Taylor, 1 Joe Moody
A disposizione: 16 Nathan Harris, 17 Wyatt Crockett, 18 Charlie Faumuina, 19 Scott Barrett, 20 Ardie Savea, 21 TJ Perenara, 22 Aaron Cruden, 23 Ngani Laumape

British & Irish Lions: 15 Liam Williams, 14 Anthony Watson, 13 Jonathan Davies, 12 Owen Farrell, 11 Elliot Daly, 10 Johnny Sexton, 9 Conor Murray, 8 Taulupe Faletau, 7 Sean O’Brien, 6 Sam Warburton (c), 5 Alun Wyn Jones, 4 Maro Itoje, 3 Tadhg Furlong, 2 Jamie George, 1 Mako Vunipola
A disposizione: 16 Ken Owens, 17 Jack McGrath, 18 Kyle Sinckler, 19 Courtney Lawes, 20 CJ Stander, 21 Rhys Webb, 22 Ben Te’o, 23 Jack Nowell

Arbitro: Jerome Garces (Francia)

 


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