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Dopo il disastro Sei Nazioni, scatta piano d'emergenza per la nazionale. Il ct O'Shea: «Scelte dolorose, ma non ci sono alternative»

Il ct Conor O'Shea

dal nostro inviato 
EDIMBURGO L'allarme rosso era già suonato con tutti i decibel anche dopo il Sei Nazioni 2002, quando l'Italia incassò la 14ª sconfitta e i primi due cucchiai di legno di fila. Poi nel match d'esordio della successiva quarta edizione arrivò a sorpresa la vittoria sul Galles al Flaminio e tra molti bassi e pochi alti l'avventura ripartì, anche perché allora la giustificazione dell'inesperienza da ultimi arrivati nel trisecolare Torneo aveva solidi fondamenti. Invece adesso no, giustificazioni non ce ne sono più perché il bilancio dell'edizione appena terminata con uno zero cosmico in classifica e il 12° ko di seguito presenta ben poco da salvare, aggravato anche dai primi - logicamente conseguenti - numeri in rosso riguardo gli spettatori all'Olimpico.

RANKING MONDIALE
Nessuno, a guardare il ranking e i progressi delle rivali nelle quali l'avvento del professionismo ha moltiplicato risorse strutturali e umane anche gestionali che l'Italia non aveva, poteva attendersi una vittoria azzurra nei cinque match, ma dopo il trionfo autunnale sul Sud Africa era legittimo sperare in una maggiore competitività, quella esibita nel resto del molto equilibrato Sei Nazioni. Invece il gruppo azzurro alle prese con un forte ringiovanimento è parso privo di ancoraggi: la mischia (un nostro storico atout), la touche, il gioco al piede, l'attacco (segnate solo 6 mete), la difesa (26 mete incassate, solo nel 2016 andò peggio con 29, e il meno 151 punti fatti/subiti, nuovo record negativo). Ora serve un rapido piano di emergenza che si innesti nel progetto a lunga scadenza del ct O'Shea e del suo staff di altissima qualità in vista intanto dei test match estivi e autunnali.

«Dovranno essere fatte scelte nette e anche dolorose - ha intimato l'irlandese, anche se il tono della voce era basso nel triste dopopartita di Edimburgo - in nome del futuro della nazionale. Resto pienamente ottimista sul progetto del suo rilancio, ma dovremo tutti mettere l'ego in tasca e agire contro situazioni che non hanno funzionato, ancora troppo slegate da un disegno complessivo al servizio del vertice della piramide, gli azzurri. È accaduto, lasciando a volte cicatrici, in Irlanda e in Galles. E guardate come gioca adesso la Scozia (3 vittorie quest'anno) dopo che le due franchigie sono state messe a regime con la nazionale, le accademie e i club».
Già le franchigie: il piano minimo di salute pubblica che dovrà subito varare la federazione, rimpiangendo gli anni del asseiz faire devastante, non può che cominciare da loro perché da Zebre Parma e Benetton Treviso arriva il 90% degli atleti della nazionale (gli altri giocano all'estero e si vede): giocatori purtroppo abituati a perdere, a segnare poco, a non conoscere la pressione dei finali punto a punto: l'inevitabile specchio della nazionale. Le loro squadre, finanziate per metà bilancio dalla Fir, arrancano da troppe stagioni in fondo alle classifiche delle coppe europee. Come prevedeva in effetti la scelta di otto anni fa di istituire le franchigie rispetto a un campionato di club che andava perdendo spessore, va salvaguardata una sessantina di giocatori di alto livello garantendo un contesto pienamente professionale, perché poi i loro rivali non devono fare i conti con futuro incerto, stipendi in ritardo o mancanza di tecnici qualificati negli staff.

TALENTI IN ERBA
E club e accademie (alcune saranno chiuse) devono crescere talenti destinati a Treviso e a Parma, dove le Zebre dalla società in piena crisi resteranno anche la prossima stagione prima di capire se ci sarà la possibilità di traslocarle a Milano o a Roma, come gradirebbero anche gli organizzatori delle Coppe e la stessa Fir. E' una strada, questa della messa a regime di tutte le componenti del movimento, già scritta nel piano che portò a ingaggiare il giovane ct e manager O'Shea, ma adesso la situazione allarmante della nazionale chiede di accelerare i tempi di molte parti di esso. Alternative non ce ne sono: non dare ascolto all'irlandese toglierebbe il futuro al rugby italiano.

CHE COSA SI SALVA
 «Il miglior momento del 6 Nazioni è stato il primo tempo di Inghilterra-Italia, quando nessuno avrebbe recitato una preghiera per gli azzurri di O’Shea che invece hanno tenuto in scacco i maestri ridicolizzandoli per la loro ignoranza delle regole del gioco e per l’incapacità di reagire all’intelligente strategia tattica no-rucks degli avversari. Una trovata già consegnata alla Storia».
Parole dello scozzese Sir Ian McGeechan, il più quotato allenatore anglosassone di tutti tempi, ora al Telegraph. Alla ricerca - difficile - di che cosa salvare per l’Italia ggiungiamo, il primo tempo col Galles, la meta di Campagnaro a Twickenham. E, sia pure senza continuità, gli avanti Lovotti, Gega, Steyn e Van Schalkwyk. Il capitano Parisse? Certo, ma lui resta, purtroppo in solitudine, di un altro pianeta.


 


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Lunedì 20 Marzo 2017 - Ultimo aggiornamento: 21:16

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