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Stati Uniti, il cestista Honeycutt suicida dopo uno scontro con la Polizia

Honeycutt suicida dopo uno scontro con la Polizia

Gli Stati Uniti sono il paese con un altissimo numero di sparatorie, una trentina nei primi sei mesi del 2018, e una serie infinita di vittime. L’ennesimo episodio ha coinvolto, in questo caso, Tyler Honeycutt, ex giocatore dell’Efes Istanbul e del Khimki, con cui aveva vinto l’Eurocup nel 2015 e giocato l’Eurolega la passata stagione. L’ala, uscita dalla prestigiosa università di Ucla avrebbe compiuto 28 anni il prossimo 15 luglio, ma al suo compleanno non ci arriverà. Tyler ha prima sparato ai poliziotti, chiamati dalla madre che aveva visto nel giocatore comportamenti strani durante tutta la giornata, poi si è barricato in casa e si è sparato. Almeno secondo la versione ufficiale diffusa dal Los Angeles Police Department, a cui la donna non vuole credere. “Cercano di convincermi che si è suicidato, era depresso perché non voleva tornare a giocare in Russia, ma vi assicurò che non si sarebbe fatto del male, tre settimane fa aveva chiesto alla sua fidanzata di sposarlo e stava per firmare al Maccabi Tel Aviv – ha raccontato la signora Lisa ad un sito sportivo israeliano -. Non mi hanno permesso di parlargli. Quando tutto è finito e sono entrata in casa, ho visto sangue sui muri in molte stanze. Non si è suicidato”. Le indagini spiegheranno molte cose.

Sono pochi i suicidi nel mondo del basket e per di più dopo sparatorie avvenute con la polizia. Più frequenti gli incidenti stradali, come ad esempio quello accaduto il 7 giugno 1993 all’immenso Drazen Petrovic, il “Mozart” dei canestri, oppure le morti naturali avvenute sul campo. Bill Robinzine si è suicidato il 29 settembre 1982 con il monossido di carbonio proveniente dal tubo di scarico della sua Oldsmobile Toronado. Scelto appena ventenne da Kansas nel 1975, ebbe un contratto da 575 mila dollari alla prima stagione, una cifra pazzesca per un giocatore che fino a diciassette anni e mezzo non aveva mai toccato un pallone da basket. Dopo quattro anni di buon livello, subisce un infortunio alla gamba che gli fa perdere il ruolo da titolare. Viene spedito a Cleveland, poi a Dallas e infine a Utah dove resta senza contratto. Una parabola discendente che Bill non riesce a sopportare. Il suicidio arriva a 29 anni.

Il 4 agosto 1989 il 24enne Ricky Berry, reduce dalla sua prima stagione da professionista ai Kings chiusa con oltre 11 punti di media col 45 per cento dal campo e un ottimo 40.6 per cento da tre, si sparava un colpo alla testa nella sua abitazione a Fair Oaks, sobborgo di Sacramento. Lasciò un biglietto dicendo di amare sua moglie Valerie che però non lo contraccambiava e approfittava del suo status di giocatore professionista. Non si seppe mai se quella fu la reale causa scatenante.

Diverso il caso di Lorenzen Wright, ancora circondato da un alone di mistero. Wright, una vita trascorsa quasi tutta con la maglia di Memphis in Nba, è stato ucciso a colpi di pistola nel luglio del 2010, il suo cadavere fu ritrovato in un bosco poco lontano dal delta del Mississippi, a Memphis. Il suo omicidio sarebbe legato a debiti pesanti nel giro della droga.

Bryce Dejean-Jones fu invece freddato da un colpo di pistola all'addome il 28 maggio 2016, dopo aver sfondato la porta di un appartamento a Dallas. Pare avesse sbagliato appartamento, convinto fosse quello della madre di sua figlia. Il ventitreenne, nella sua unica stagione in Nba, conclusasi a febbraio a causa della rottura del polso destro, aveva segnato una media di 5,4 punti e 3,4 rimbalzi in 11 partite giocate su 14. Era arrivato a New Orleans in gennaio con un contratto di 10 giorni e la squadra aveva deciso di confermarlo con un contratto triennale.




 


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