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​Roberto Dupria, l’uomo della Provvidenza sfuggito al rugby italiano

​Roberto Dupria, l’uomo della Provvidenza sfuggito al rugby italiano

Il nome e il cognome dell’uomo della Provvidenza sarebbero stati un problema di facile soluzione: da Robert Du Preez a Roberto Dupria. Fatto. Di lì in poi, da quella metà degli anni Ottanta, non restava che affidargli il destino del rugby italiano che avrebbe trovato in lui, formidabile Deus ex machina, prima un mediano di mischia di talento mondiale per la cabina di regia degli azzurri, in grado così di accelerare i tempi di ammissione al Sei Nazioni ben prima del 2000, poi un quotato commissario tecnico (e anche d.o.r.) in anticipo sui tempi grazie anche al personale successo nel mondo del business internazionale, e, infine, il padre di tre precocissimi azzurri di classe internazionale su cui costruire in questi e nei futuri anni una nazionale non più abbonata al cucchiaio di legno, ma inquilina dei piani alti del rugby europeo e mondiale. Senza contare l'intuibile, geniale e numerosa progenie di questa famiglia: nipoti e pronipoti, tutti campioni pronti per l'azzurro. 

Ma come abbiamo potuto lasciarci sfuggire il protagonista di un Rinascimento ovale italiano che invece possiamo solo sognare?

La considerazione – che solo qualche sprovveduto potrebbe trovare farneticante - nasce dal ritrovare oggi fra gli Springboks in scena a Padova anche Daniel Du Preez, 22 anni, seconda o terza linea, al secondo cap dopo il successo di sabato scorso a Parigi. Daniel è il fratello gemello di Jean Luc, terza linea, assente al tour solo per via di un infortunio dopo aver debuttato l’anno scorso fra i Boks restandovi poi in pianta stabile. Entrambi i gemelli, titolari in tutte le nazionali sudafricane under, sono “fissi” negli Sharks di Durban in SuperRugby e in Currie Cup. Il loro fratello maggiore, Robert jr, 24 anni, ugualmente già titolare nelle nazionali under dei Boks, è invece il mediano di apertura degli Stormers in SuperRugby e del Western Province in Currie Cup: un regista sopraffino che in ottobre ha fatto masticare amaro non solo i fratellini minori Daniel e Jean Luc, battendoli con due mete personali e parecchi penalty nella finale della Currie Cup, ma anche il papà Robert, 53 anni, allenatore degli Sharks, a sua volta Springboks e asso con la maglia numero 9 del Northern Transwaal e del Natal: era lui, insomma, che passava la palla a Naas Botha e Joel Stransky.

E proprio Robert sr, nella conferenza stampa seguita alla finale di Currie Cup ha detto che ne ha le scatole piene del figlio avversario Robert jr che ogni volta gli manda a carte quarantotto le partite più importanti: tanto che ha convinto la proprietà degli Sharks a strapparlo al Western Province per ingaggiarlo fra gli Sharks e farlo finalmente giocare per lui e con i fratelli minori. E guardate che in Sud Africa, stante la cristallina caratura tecnica dei tre fratelli, nessuno ha parlato di nepotismo.



Ricapitolando, su e giù “per li rami” di questo albero genealogico ovale, abbiamo uno Springboks padre di due Springboks che presto diventeranno tre (dicono con forza i media sudafricani): ma anche senza questo tris la famiglia Du Preez è già nella storia del rugby non solo sudafricano perché non si era mai registrata una tale sequenza genetico-familiare. Di fratelli (e anche gemelli) in nazionale ce ne sono stati anche fra gli azzurri: i Cuttitta e i Francescato e  in Nuova Zelanda adesso abbiamo in nero i tre fratelli Barrett, ma i loro papà non sono stati in nazionale. Banalmente, poi, non si contano i papà nazionali che hanno avuto un figlio nazionale: ma uno solo. Non come i Du Preez che sono già a due con la possibilità concreta di arrivare a tre.

“Ok, ok, abbiamo capito: ma che ci azzecca la stratosferica famiglia Du Preez con l’Italia?”.

C’entra, c’entra un sacco. E non solo perché tutti i Du Preez parlano bene l’Italiano, persino con l’accento della Lucchesia dove hanno casa e dove hanno imparato persino a cucinare (per i boeri questione assai più spinosa del rugby) sommamente bene le specialità italiane grazie all’amico chef stellato Valentino Mercattili, del San Domenico di Imola.

Ecco, ci avviciniamo. Nel settembre 1985 , il 22enne Robert Du Preez si presenta al cospetto dell’allenatore dell’Imola, il rodigino Franco Vecchi, sui campi di allenamento ricavati da una distesa di orti nella periferia cittadina. Imola, Romagna ma in provincia di Bologna? Sì, quella, non proprio un’isola storica del rugby italico. Il club è nato da poco (1978) dal nulla, ma vuole progredire e allora ha chiesto agli amici di Rovigo di inviare in riva al Santerno un giocatore straniero per tentare la promozione dalla C2 (ultima serie). Ecco, ultima serie. Più in basso ci sono solo i tornei dei bar. E per di più in una città che aveva appena scoperto il rugby.

Ebbene, l’allenatore del Rovigo, il guru sudafricano Nelie Smith, manda a Imola Robert Du Preez, mediano di mischia del Western Transvaal che al confronto degli imolesi compagni di squadra risultò immediatamente un errore: era fuori scala, non entrava proprio nelle foto. “Che sia davvero un mediano di mischia?” ci chiedemmo, visto che era il più alto e il più grosso di tutti noi (grosso, non grasso, perché sennò non c’era gara). Un metro e 85 per 90 chili. Passava la palla come una fucilata: 25/30 metri senza che il pallone deviasse di un’unghia. Piazzava dai 22 (i propri...) e durante i suoi calci in touche bisognava fermare il traffico sulla circonvallazione.

Presto non si trovò nessuno che volesse giocare mediano di mischia nelle squadre che affrontammo in quella stagione: se il terreno era fangoso il numero 9 avversario, di norma il più esile fra i compagni, veniva sollevato dal colosso Robert, capovolto e piantato di testa fino alle spalle appena toccava la palla dietro la sua mischia (allora si poteva). Se il terreno era duro, il malcapitato mediano risultava, già che era bassino, rincalcato di una spanna. Anche gli altri club avevano lo “straniero”, ma il nostro lo era proprio tanto di più. Non lo buttava giù nessuno.

Beh, vincemmo tutte le partite. Tutte, anche gli spareggi per la C1. Robert segnava solo 3 mete a partita perché tutte le altre ce le faceva marcare a noi aspettandoci in prossimità dei pali dopo aver seminato o divelto tutti gli avversari.

Bella forza, direte, in C2? Macché: Robert faceva quel che gli pareva anche quando andava ad allenarsi con il Rovigo che in quelle stagioni battagliava con il Petrarca Padova di Munari e Campese. Nelie Smith ebbe offerte da fior di club, anche in Francia e in Inghilterra, per lui, ma quelli erano i tempi in cui un talento sudafricano, privato della nazionale Springboks all’indice per l’apartheid, poteva decidere di passare l'estate (per lui australe, per il rugby una stagione morta), nell’inverno dell'emisfero nord anche solo per fare un’esperienza di vita. Robert, per dire, ebbe in dote un’Alfasud strappata alla demolizione. E a Imola si trovò benissimo: venivano a vederlo, lui, alto, biondo, occhi celesti, un mucchio di ragazze imolesi fino ad allora freddine con i rugbysti, staccati di molte lunghezze da calciatori, cestisti, persino pallamanisti. In tribuna al Pedagna, sulle ali di quella stagione travolgente, anche i consiglieri comunali del Pci che inizialmente avevano criticato l’ingaggio di un boero sudafricano.

Una sera sempre Nelie Smith si presentò sugli ex orti imolesi con gli Springboks Naas Botha (che era in parola con Parma anche se poi finì a Rovigo) e Gert Smal (vero gigante, poi anche allenatore della mischia per l’Irlanda e per il Sud Africa campione del mondo 2007), e poi c’erano lo strepitoso centro Giepie Nel del Northern Transwaal, l’apertura del Rovigo Marais, la seconda del Livorno Van der Walt. Ci girava la testa, a noi di C2, davanti a tutto quei rugbysti internazionali che ci insegnavano – ottimisti – a giocare un po’ meglio.

Fatto sta che Robert a maggio torna in Sud Africa, viene eletto al termine della stagione migliore rivelazione dell’anno e passa al Northern Transvaal perché così Naas Botha può aspettare i suoi passaggi a 30 metri, ben lontano dagli avversari. Vince una Currie Cup dopo l’altra e nel 1992, quando gli Springboks (tenuti fuori dalle prime due coppe del mondo) vengono riammessi ai test match, diventa titolare in nazionale.

“Dai, vieni a vedere Sud Africa-Nuova Zelanda e Sud Africa-Australia” dice al telefono. Già, come rifiutare. Bisognava proprio andare a conoscere quel rugby e quel paese che aveva da poco liberato Mandela. E nel dopopartita nella Hall of Fame dell’Ellis Park, nonostante il fattaccio dell’inno boero Die Stem che non doveva essere cantato dal 45mila spettatori (bianchi, tutti) e che invece fu intonato (ricordate il film Invictus?), vidi brillare gli occhi di Robert mentre riceveva il primo cap, la consacrazione sognata fin da bambino.


Ellis Park, Jo'Burg, 8 agosto 1992

Ormai però aveva 29 anni, la parte più importante della carriera se n’era andata senza che la nazionale Springboks scendesse in campo. Conquistò 7 caps, poi la sua generazione lasciò il posto a quella che vinse i Mondiali nel 1995.

Robert passò al Natal e giocò, sempre con quella sua impressionante fisicità al servizio della tecnica, anche nelle prime stagioni del SuperRugby. Più volte incrociò Jonah Lomu.

Una volta smesso di giocare, ha scalato in fretta la gerarchia della Mr Price, un colosso dei grandi magazzini nell’emisfero sud, arrivando nel cda, dimostrando negli affari la stessa abilità che aveva in campo. Poi è tornato al rugby iniziando ad allenare club e università e dalla scorsa stagione è capo allenatore degli Sharks con il suo nome che viene citato nella rosa dei futuri ct Springboks. Nel frattempo aveva sposato Sonja e aveva visto crescere - crescere tanto - i tre figli Robert jr e i gemelli Jean Luc e Daniel, trascinatori di tutte le squadre (non solo per il rugby) dall’asilo in su. A tavola, ci crediate o no, non si parla mai di rugby.

Ora - dico io - siccome fra i grandi amori di Robert Du Preez da quel lontano 1985 c’è saldamente l’Italia, dove torna tutti gli anni per le vacanze, possibile che non sia stato possibile naturalizzarlo italiano, oriundizzarlo, equipararlo. E vero che il primo equiparato per l’Italia risale al 2002 (il kiwi Matt Phillips), ma molto prima, proprio a metà degli anni Ottanta, abbiamo avuto in azzurro chissà quanti oriundi. Possibile che non si sia trovato un avo italiano per Robert? Suvvia, una nonna dalmata come per Gardner? Una zia ugonotta valdostana? Possibile che le ragazze imolesi non siano state abbastanza convincenti? E come hanno fatto gli allora responsabili della Federazione a farsi sfuggire Roberto Dupria, l’uomo che poteva essere e non è stato la Provvidenza del rugby italiano?


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Sabato 25 Novembre 2017 - Ultimo aggiornamento: 05-12-2017 15:20

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