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Jill Morris, l'ambasciatrice del Regno Unito: «Mete e orgoglio, è il Sei Nazioni. Per noi gallesi il rugby è questione d'identità»

Jill Morris, ambasciatrice del Regno Unito oggi all'Olimpico: «Mete e orgoglio, è il Sei Nazioni»

«Sono una ragazza gallese orgogliosa di rappresentare in Italia il Regno Unito. E con il Sei Nazioni, che dal 1883 è così importante nella nostra storia, ho il privilegio di accogliere qui a Roma metà delle sue squadre: Inghilterra, Galles e Scozia».

Alla vigilia di Italia-Inghilterra all’Olimpico, l’epopea del Sei Nazioni secondo Jill Morris, da due anni alla guida dell’ambasciata britannica trasformata in laboratorio di continue iniziative diplomatiche, imprenditoriali e sociali. 

Nel torneo per nazionali più antico del mondo l’Italia è entrata l’altro ieri, nel 2000, mentre i gallesi ne sono i fondatori insieme a inglesi, scozzesi e irlandesi: il suo primo ricordo?
«Il villaggio di Pantymwyn (Galles del Nord) si fermava, e si ferma, il sabato del match: da bambina andavo con la famiglia al club di rugby per tifare tutti insieme Galles davanti alla tv. Ero alle elementari per la prima gita all’Arms Park (lo stadio di Cardiff, ndr): ci fu permesso correre sul prato smeraldo, ci passammo la cartella come fosse la palla ovale, che nostalgia».

Perché i gallesi sono definiti gli All Blacks (Nuova Zelanda) d’Europa?
«Questo gioco, fin dalla metà dell’800, attraversa tutta la società gallese: è divenuto uno dei modi più trascinanti per definire l’identità di una piccola nazione così come i romanzi di Llewellyn e le poesie di Dylan Thomas».

Ma è un gioco inventato dagli inglesi nella città di Rugby.
«Sì, ma intanto, crescendo vicino a Chester, città romana con tante testimonianze archeologiche, ha appreso che i progenitori potreste essere voi. Mi è tornato in mente quando sono stata destinata a Roma».

L’harpastum dei legionari di Cesare ha molte similitudini.
«Ecco, vede».

Ma non ci giriamo attorno, tra gallesi e inglesi è consolidata una rivalità formidabile in fatto di rugby: i minatori dal volto sporco di carbone contro i damerini delle università. E lei oggi accoglie a Roma la squadra dell’Inghilterra.
«E ne sono fiera. Così come i loro tifosi: saranno tantissimi. Al tempo stesso l’anno scorso non nascondo che ho pianto quando all’Olimpico prima di Italia-Galles ho cantato il nostro inno in gaelico (Hen Wlad Fynhadau, La Terra dei miei padri) di fianco al presidente Mattarella, che onore».

Epperò il discorso del capitano Bennett del 1997 resta un manifesto storico: “Guardate cos’hanno fatto al Galles questi inglesi. Hanno preso il nostro carbone, la nostra acqua, il nostro acciaio. Comprano le nostre case per usarle due settimane l’anno. E in cambio? Nulla: siamo stati sfruttati, umiliati, controllati e puniti dagli inglesi. E oggi giochiamo contro di loro!”.
«In effetti è celeberrimo, ma credo adesso sia un contesto superato dai tempi. Resta una rivalità senza senso di rivalsa storica. E’ cambiato anche il rugby: ora è professionistico. Comunque nel 1977 il Galles vinse 14-9».

Ci sarà il padrino della federugby gallese il 10 marzo al Principality di Cardiff per il match con l’Italia?
«Spero che il principe ereditario William ci sia. Che bello quando, per i match fra Galles e Inghilterra, è seduto a fianco del fratello, il principe Harry, patron della federinglese».

La famiglia reale patrona del rugby non ce l’abbiamo in Italia.
«E allora? In pochi anni avete colmato un gap storico impressionante».

Insomma, le prendiamo quasi sempre.
«Come è logico che sia, ma intanto gli italiani hanno scoperto il rugby e Roma è diventata la meta più ambita dai tifosi del Torneo. Al Foro italico la festa è meravigliosa. Credetemi, siete sulla buona strada. E avete anche un capitano che è un vero gentleman, Sergio Parisse: bravissimo».

In tempi di Brexit il Sei Nazioni, che comprende anche la Francia, tiene insieme una bella fetta di Europa.
«Giusto. E ripeto anche ciò che ho detto al recente Forum al Messaggero: il voto ha stabilito per noi di uscire dalle istituzioni europee, non dall’Europa con la quale i legami resteranno solidissimi».

E veniamo al test: chi è il capitano del Galles e perché?
«Alun Wyn Jones, perché Warburton è ko».

Il giocatore vivente gallese che si specchia nella sua statua a Cardiff?
«Gareth Edwards, (sorriso) facile».

Ah sì, che cosa accadde nel 1972?
«Ehm, ‘72? (sospiro) Il club Llanelli batté la nazionale All Blacks, credo 9-3».

Già. Più difficile: oltre al carbone che cosa ha prodotto la leggendaria valle della Rhondda?
«Stelle quali Cliff Morgan, Barry John e Phil Bennett. E anche un buon rugbysta che preferì fare l’attore, Richard Burton: una volta portò Liz Taylor all’Arms Park».

Dieci e lode.
 

 



 




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