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Il rugby più spettacolare, oggi Italia-Spagna a Dublino, la veterana Schiavon: «Cuore e passione fino all'ultimo respiro»

Il rugby più spettacolare, oggi Italia-Spagna, la veterana Schiavon: «Cuore e passione»

Il rugby più bello in questi giorni è in Irlanda ed è quello della Coppa del Mondo femminile che dopo 15 anni ha riaccolto le azzurre, oggi pomeriggio in campo contro la Spagna. E’ il rugby più bello - quello ad alto livello delle donne - perché rispetto a quello degli uomini è felice, ispirata, divertente sintesi tra il micragnoso gioco dell’emisfero nord (a partire dal Sei Nazioni) in cui si punta a subire una meta meno degli avversari e quello troppe volte sbragato dell’emisfero sud (a partire dal SuperRugby) in cui ci si danna per segnare una meta in più dei rivali.



Il vecchio sciovinista pregiudizio “Non è sport per signorine” in questi giorni irlandesi si sgretola un’altra volta davanti alle mete spettacolari dell’azzurra Maria Magatti o della canadese Magaly Harvey, davanti al “carrettino” della mischia giapponese che asfalta quella irlandese ben più pesante, davanti ai cambi di passo della possente ed elegante al tempo stesso inglese Emily Scarratt.

Le donne, quando si innamorano della palla ovale, restano tali e disegnano con poesia, coraggio e determinazione la loro via al rugby che è poi quella delle radici stesse del gioco, così lontane dalle battaglie per carri armati che è diventato da quando la maggior parte dei giocatori stazza almeno un quintale. E così le rugbyste giocano soprattutto negli spazi, inventano finte, allargano le manovre. Una meraviglia per gli occhi e per il cuore. Cervello, insomma, e non solo scontri frontali fra corazze di muscoli che pure non mancano a queste ragazze.

Infine, il mondiale 2017, è anche un omaggio alla struggente storia di Emily Valentine, la prima ragazza che giocò a rugby esattamente 130 anni fa, esattamente in Irlanda, a Enniskillen, nella Portora Royal School in cui studiarono anche Oscar Wilde e Samuel Beckett. Il suo diario, ritrovato di recente, con la cronaca di quella partita giocata con la divisa dei fratelli e di nascosto ai genitori ché allora alle ragazze era proibito, è la più antica testimonianza scritta di un rugby declinato al femminile. Ed è anche una commovente dimostrazione di passione che spiega il successo che il rugby avrebbe conquistato nel mondo.

Epperò adesso tocca parlare dell’Italia e delle sue tribolazioni che hanno portato a rendere vitale il terzo e ultimo match della prima fase: oggi alle 15.45 (diretta streaming su worldrugby.com) bisogna a tutti i costi battere la Spagna (ottava nel ranking mondiale mentre le azzurre sono none) magari con il bonus (ovvero segnando almeno 4 mete) e sperare in un discretamente spericolato incrocio di altri risultati. Così si potrebbe accedere alla seconda fase che mette in palio i posti dal 5° all’8° (obbiettivo dichiarato onestamente dal ct abruzzese Di Giandomenico e dalla capitana Sara Barattin). Altrimenti si precipita nell’ultimo anello dell’Inferno (dal 9° al 12° posto), oggettivamente deludente per una nazionale che gioca nel Sei Nazioni con risultati generalmente assai più brillanti di quelli dei maschi, fatta eccezione per quest’ultima nefasta e legnosa edizione.

Finora le azzurre hanno sorprendentemente e dolorosamente perso 24-12 con la rivelazione Stati Uniti (ragazze iperprestanti che hanno prevalso sulla maggiore tecnica italiana) e scontatamente dall’Inghilterra campione del mondo (56-13) e potenza assoluta dell’Ovalia femminile, unica nazione in grado di mettere sotto contratto tutte le giocatrici, mentre le azzurre e la maggior parte delle altre partecipanti ai Mondiali si allenano da professioniste ma studiano o campano con un mestiere. Tra le italiane, per dire, si registrano (oltre a mamme come Silvia Gaudino e sorelle di azzurri come Valentina Ruzza) avvocate, ingegneri, economiste, insegnanti di Lettere, fisioterapiste, diplomate al Classico, ragioniere, designer, manager, farmaciste. Qualcuna di loro, come Michela Sillari e Sofia Stefan, è così brava da giocare, vincendo scudetti, in Inghilterra o in Francia, anche se pure in questo caso prima e dopo gli allenamenti bisogna darsi da fare dietro a una scrivania o al bancone di un pub.

Ricordato che in Irlanda è in campo pure l’arbitro romano Maria Beatrice Benvenuti, 24 anni, al suo secondo mondiale e più giovane arbitro internazionale di sempre (complimenti perché entrare in questi panel è micidialmente difficile per un’italiana) , la parola a Veronica Schiavon. Abbiate pazienza perché il cv è lungo: trevigiana, 35 anni, laureata in Lingue orientali, figlia del rugbysta Mario e di Mansueta, nipote di Mafalda, due pioniere del rugby azzurro, sorella dell’ugualmente azzurra Valentina, veterana del gruppo e superstite (l’unica altra è la Gaudino) del mondiale 2002 a Barcellona, 80 caps, mediano di apertura, primatista di punti in nazionale (381), sei scudetti con il Riviera del Brenta e uno con le Fenici di Tokio perché da cinque anni abita, gioca e lavora in Giappone.


“Ah beh, allora è proprio un’intervista? Pensavo volesse dire tutto lei”, dice al telefono da Dublino.

Ehm, già, ha tutte le ragioni, ma sa com’è, ogni volta bisogna – come si dice - contestualizzare, perché la conoscenza del rugby in Italia è quella che è, per di più quello femminile…

“D’accordo, d’accordo, ma rispetto al mondiale di 15 anni fa – continua il numero 10 azzurro – il rugby femminile è tanto più conosciuto rispetto ai miei primi anni in azzurro”.

Assolutamente sì, anche perché  vincete più dei maschi.

"Intanto oggi dobbiamo battere, e bene, la Spagna. Il ko con gli Usa ci è restato di traverso”.

Ce l’avete messa tutta, ma quelle ragazzone erano fisicamente inarrivabili, selezione di un’enorme base di atlete che l’Italia non potrà mai avere.

“E che vuol dire? Giochiamo a rugby, mica possiamo arrenderci se le avversarie sono più grosse e più veloci. Dobbiamo piuttosto trovare soluzioni tattiche per arginarle”.

Con la Spagna, anch'essa ancora al paolo, queste differenze fisiche non ci sono.

“Già, ma le spagnole, anche grazie al Seven, hanno fatto progressi enormi. Ma noi siamo una squadra del Sei Nazioni e la Spagna no. Dobbiamo fare valere questa differenza, ci mancherebbe. Ce la metteremo tutta”.

Nel 2002 il mondiale femminile era ancora una questione carbonara, seguito soprattutto nei paesi di lunga tradizione rugbystica. Adesso il Torneo ha un seguito impressionante non solo nei paesi del Commonwealth.

“E’ vero, ma rispetto alla mia esperienza di 15 anni fa c’è il fatto che la partecipazione al Sei Nazioni ci ha portato all’abitudine al confronto con il rugby di alto livello. E sempre il Sei Nazioni ha portato nei club italiani decine di migliaia di bambini e bambine che scoprono il gioco più bello e formativo del mondo: dovremmo ricordarcelo quando contabilizziamo l’effetto del Torneo nel nostro paese in cui purtroppo si continua a fare poco o punto sport a scuola. Credo fermamente, in altre parole, che esista un futuro per il rugby femminile in Italia e che il livello del campionato continuerà a crescere”.

Che differenza c’è fra la Veronica Schiavon del 2002 o un’altra veterana come Paola Zangirolami (74 caps) e la novellina Sara Taunesi che ha 22 anni?

“In realtà non credo tante. Magari anni fa molte di noi azzurre venivano da famiglie di rugbysti mentre Sara è la prima a giocarlo nella sua. Per lei, poi, è naturale considerare l’Italia nello scenario del Sei Nazioni che io da bambina, così come i miei familiari grandi appassionati di rugby, non potevo nemmeno immaginare. Ma ugualmente vedo che lo spirito, la passione, la grinta sono le stesse. E anche la goliardia del nostro mondo: “Bea” Rigoni, una che traduce dal greco e dal latino, ha solo 22 anni ma dovreste vedere come tiene unito il gruppo con la sua allegria contagiosa”.

Anche perché restate dilettanti, insomma, solo con il rugby non la sfangate.

“Questo aiuta a crescere con più maturità. E poi la nostra condizione di dilettanti è naturale e comprensibile nel contesto italiano. Mica ci si può illudere dalle nostre parti, ma anche in Giappone o in Spagna, di diventare professioniste, mica si può restare deluse di dover raddoppiare impegno e fatica per studiare o lavorare. Il che, fra l’altro, credo che ci renda tutte più equilibrate e pronte al resto della vita conservando per il rugby l’aspetto magnifico della passione fine a se stessa”.

Fine a se stessa? Ma se lei non vince meglio non rivolgerle la parola.

“Ma che c’entra? Quello è il senso dell’agonismo, il sale dello sport ad alto livello. Credo che tutti coloro che guardano le nostre partite le avvertano bene e lo apprezzino: noi in campo diamo tutto fino all’ultimo respiro”.

Vero. Allora con la Spagna che succede?

"Abbiamo i nostri punti forti come la mischia. La nostra rolling maul da touche ha funzionato anche contro le torri inglesi. E poi le abbiamo “bucate” anche con i trequarti con la meta di Maria”.

Quella dell’ala Magatti (che purtroppo si è poi infortunata) è finora fra le top tre del Mondiale.

“E’ stata una manovra di un’armonia affascinante, frutto di miliardi di prove in allenamento e di un livello tecnico non indifferente in questo gruppo”.



(dal minuto 1.22)

Però dopo il Sei Nazioni la Federazione avrebbe potuto farvi giocare almeno un paio di test.

“Non sta a me dirlo”.

Bella la scelta, come nel precedente mondiale di Parigi, di ospitare tutte e 12 le squadre e i match della prima fase in un unico complesso. L’Università di Dublino, poi, ha strutture stupefacenti, trapuntate di storia e di rugby

"Una meraviglia, è come un jamboree. Prima e dopo i match possiamo vedere con facilità le altre partite e possiamo incontrare le altre giocatrici. Chi di noi gioca all’estero può andare a fare quattro chiacchiere con le compagne dei club. Ci sono ad esempio quattro mie compagne di Yokohama e Tokio. Prima o poi andrò a conoscere un fenomeno come la neozelandese Portia Woodman, figlia e nipote di All Blacks, un talento siderale. E anche per i nostri amici e familiari, ce ne sono tanti al seguito, è facile vivere questa atmosfera internazionale così alla mano, così coinvolgente”.

Dopo il Mondiale?

“Tornerò in Giappone che nel 2019 ospiterà i mondiali maschili e nel 2020 le Olimpiadi con il rugby Seven. Per quanto riguarda le nazionali e la franchigia del SuperRugby è un ottimo periodo in Giappone, c’è grande entusiasmo e la federazione punta molto sulle rappresentative nazionali, meno sui club che però spesso possono contare sul sostegno di grandi gruppo industriali. E anche nella scuola, dalle elementari alle università si pratica con assiduità. In molte zone tuttavia è ancora difficile assemblare squadre, soprattutto a 15. La mia, comunque, è una scelta di vita che va al di là del rugby: quella cultura mi ha sempre affascinato. Per la mia carriera in nazionale diciamo che non dimentico la mia data di nascita ma che mollerò l’azzurro solo quando smetteranno di convocarmi”.

Oggi alle 15.45  Italia – Spagna (diretta streaming www.worldrugby.com)
La formazione dell'Italia: 
15 Manuela FURLAN (Svincolata, 57 caps)
14 Sofia STEFAN (Stade Rennais, 29 caps)
13 Maria Grazia CIOFFI (Rugby Colorno, 48 caps )
12 Paola ZANGIROLAMI (Valsugana Rugby Padova, 73 caps)
11 Michela SILLARI (Harlequins, 36 caps)
10 Beatrice RIGONI (Valsugana Rugby Padova, 18 caps)
9 Sara BARATTIN (Villorba Rugby, 73 caps) – capitano
8 Silvia GAUDINO (Rugby Monza 1949, 69 caps)
7 Elisa GIORDANO (Valsugana Rugby Padova, 23 caps)
6 Isabella LOCATELLI (Rugby Monza 1949, 13 caps)
5 Alice TREVISAN (Rugby Riviera 1975, 41 caps)
4 Valeria FEDRIGHI (Verona Rugby, 4 caps)
3 Lucia GAI (Stade Rennais, 49 caps)
2 Melissa BETTONI (Stade Rennais, 37 caps)
1 Marta FERRARI (Stade Rennais, 20 caps)

A disposizione:

16 Elisa CUCCHIELLA (Rugby Belve Neroverdi, 64 caps)
17 Michela ESTE (Benetton Treviso, 53 caps)
18 Sara TOUNESI (Rugby Colorno, 2 cap)
19 Valentina RUZZA (Valsugana Rugby Padova 15 caps)
20 Ilaria ARRIGHETTI (Stade Rennais, 27 caps)
21 Veronica SCHIAVON (Yokohama TKM, 80 caps)
22 Elisa BONALDO (Rugby Colorno, 2 caps)
23 Veronica MADIA (Rugby Colorno, 5 caps)

 


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