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Che ci stiamo a fare nel Sei Nazioni, Achille e ancora Il Foglio

Che ci stiamo a fare nel Sei Nazioni, Achille e ancora Il Foglio

DUBLINO Il titolo lo copiamo dall'Irish Times, certo autorevole: “L'Italia rifiuta di arrendersi”. Peccato non si riferisca all'Italia affondata 56-19 sabato scorso all'Aviva Stadium, ma a quella Under 20 che la sera prima ha rischiato di vincere a Donnybrook pur affrontando i verdi in 14 contro 15 (rosso a Bianchi per placcaggio pericoloso) per quasi tutto il match terminato 38-34 e gli azzurrini capitanati dal romano Lamaro con l'ultima palla in mano per il clamoroso sorpasso, poi mancato di un soffio.

LACRIME
Una partita esaltante, con gli italiani risaliti in superficie da un catacombale 38-15. Nonostante il ko, gli arrembanti giovani allenati da Roselli e Moretti hanno portato a casa un punto di bonus offensivo (segnate più di 4 mete ovvero 5) e un punto di bonus difensivo (ko di meno di 7 punti). Due punti in classifica al 2° turno rispetto ai 2 punti in tutti e 5 gli incontri del Sei Nazioni 2016. E in estate l'Under 20 è arrivata ottava (record) ai Mondiali in Georgia proprio grazie a una vittoria sull'Irlanda, a dimostrazione dell'equilibrio, in questa fascia d'età, con una nazione che gioca a rugby da 150 anni prima di noi.

Ecco spiegate le lacrime d'orgoglio e l'emozione sul viso di Stephen Aboud nella sera di Donnybrook, l'irlandese che con Daniele Pacini da due anni sta plasmando il movimento italiano dal basso coordinandosi con il connazionale ct O'Shea che lavora invece dall'alto, allenando la nazionale e accogliendo in essa i talenti di questa finalmente strutturata filiera (campionati di club, accademie e franchigie): vedi l'estremo Matteo Minozzi, 21 anni, applaudito dalla stampa anglosassone.

Nell'Under 20 attuale 16 dei 23 giocatori sul foglio partita arrivano appunto dall'accademia federale e l'obbiettivo, non facile, di Aboud e O'Shea è di impedire la dispersione di questi ragazzi promettenti che, rispetto ai coetanei rivali del Sei Nazioni, rischiano di non trovare minutaggi importanti in campionati a loro volta non abbastanza competitivi. Però adesso, dopo anni gettati da un ct all'altro pensando solo all'oggi, un futuro ricambio per la nazionale per la prima volta si vede con nitidezza. Bisogna alzarsi sulla punta dei piedi, perché non è vicino, ma si vede.

Tutto ciò non è naturalmente la risposta completa alla legittima domanda “che ci stiamo a fare nel Sei Nazioni?” che affiora dopo ogni debacle imbarazzante come quella dei seniores a Dublino, in particolare ricordando che è il 14° ko di fila, record da tregenda già raggiunto nel 2002 e sull'orlo di peggiorare, dati i prossimi impietosi pronostici.


ACHILLE E LA TARTARUGA
Sì, O'Shea e Abaud e il loro staff che cresce generazioni di tecnici italiani, sono alle prese con il paradosso di Achille e l'imprendibile tartaruga, perché i nostri avversari, già sempre molto più avanti di noi nel ranking mondiale, migliorano anche più in fretta  grazie a tradizione e risorse risultando così quasi sempre inavvicinabili. La recente leva del professionismo (1995, meno di una generazione), applicata su telai trisecolari, ha moltiplicato le risorse nelle home unions, mentre in Italia questo telaio si sta irrobustendo adesso. Ma intanto il Sei Nazioni non è la Coppa Europa, ma un club privato in cui ci siamo guadagnati l'ammissione e in cui le decisioni si prendono all’unanimità: paradossalmente potremmo escluderci solo con il nostro voto.

E perché farlo? Perché annientarsi, dato che senza il traino del Sei Nazioni il rugby in Italia tornerebbe nelle caverne? In realtà alternative all'Italia non ve ne sono, gli altri cinque soci lo sanno e sanno pure che il nostro cammino è lungo e in salita: così ci spronano ad andare avanti, anche perché pure l'Italia contribuisce a rendere il Torneo una miniera d'oro.

La Federugby, soprattutto grazie a esso, può contare su un budget “autocostruito” al 90% (minimo quindi il contributo pubblico che tiene invece in piedi tanti altri sport) che poi viene usato appunto per allargare la base del movimento (bambini e bambine sono aumentati a dismisura dal 2000 in poi e chi ha talento trova ora un percorso per crescere tecnicamente senza trascurare di prendere un diploma di maturità) e per migliorarne il vertice.

Agli azzurri e a O'Shea, a ogni modo, non vanno per nulla perdonati la scialba prestazione e la dormita nel primo tempo a Dublino: pur contro la terza squadra al mondo la voglia di combattere e la lucidità, non così labili una settimana prima contro l'Inghilterra, non devono mai mancare.


IL FOGLIO
Sì, quanto segue è stato in parte oggetto del blog precedente, ma intanto, come insegna l’approccio dello stesso Foglio, repetita iuvant. In quel “giorno della marmotta” che è spesso il rugby italiano, forse vale la pena ripetersi per tentare di allargare il fronte degli interlocutori, per allargare confini che magari a noi non sempre sembrano così angusti, ma che invece in realtà ancora lo sono. Anche per trovare la forza e la voglia di ricominciare sempre dal principio, scandendo bene parole e date, con chi si affaccia per la prima volta dal meraviglioso belvedere  del rugby nato a Rugby.

Il come sempre pensatissimo Foglio di lunedì 5 febbraio dedica un’intera e sicuramente insolita colonna al Sei Nazioni: tratteggiature storiche di Giovanni Battistuzzi, tutte gustose e corrette (tranne, a essere pignoli, quella sul cucchiaio di legno, la cui assegnazione è fonte di dibattiti che qui non è il caso di ripercorrere). La lezione che arriva dal Foglio è importante per capire la percezione dalle nostre parti - all'esterno, intendo, dalla nostra riserva ovale - del Torneo nato nel 1883, ma che solamente dal 2000 ha ammesso l'Italia.

“Solo” nel 2000, il che fa comunque 19 anni e 92 partite giocate dall'Italia e trasmesse in tv in diretta (Rai, La7, Sky e DMax). E con il Flaminio e quindi soprattutto l’Olimpico spesso al completo, evento che ad altri sport non riesce mai o quasi mai. Ebbene, nonostante la corposità di questo periodo, per il Foglio, se si deve narrare l’epopea del Sei Nazioni, bisogna partire dall’Abc dell’Abc: prima le Nazioni erano 4, poi sono diventate 5 con la Francia; l’Irlanda nel rugby è soltanto un’unica e unita entità; la leggenda di Williams Webb Ellis; the Wooden spoon. Troppo didascalico? Forse. Comunque da tenere bene in mente mentre si apre la discussione fra gli scribi affezionati della materia.


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Giovedì 15 Febbraio 2018 - Ultimo aggiornamento: 17-02-2018 19:03

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