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La Rugby Roma Olimpic Club riparte intestando il nuovo impianto a Renato Speziali

L'under 18 della Rugby Roma Olimpic Club

Questa volta, per risorgere, la fenice più ammaliante del rugby romano è volata un po’ più in là, alla Cecchignola, dove ha trovato un rifugio sicuro, accogliente e più bello ogni giorno che passa. La Rugby Roma Olimpic Club compie 87 anni su un palcoscenico completamente diverso dal passato remoto e da quello prossimo, ma il primo atto pubblico è rafforzare la radici della propria storia intitolando il nuovo impianto di via di Tor Pagnotta 351 a Renato Speziali. L’appuntamento all’ex circolo Prato Smeraldo è per domenica 11 giugno a mezzogiorno quando, davanti alla moglie e ai figli del presidente, verrà scoperta la targa dedicata all’uomo che dopo 51 anni di attesa riporto il quinto tricolore ovale nella Capitale.

“Ci è sembrato giusto – dice il presidente Alberto “Bebo” (vabbeh, romanamente “Bebbo”) Emett – dedicargli fin dall’inizio i risultati dei nostri primi mesi di lavoro in una struttura che era stata inghiottita dalla giungla e che invece ora permette a 250 bambini e alle loro famiglie di vivere il rugby. E poi non ci fermeremo all’intestazione dell’impianto: ci sono ottime possibilità di intitolare a Renato Speziali anche la via su cui si affaccia l’impianto e che al momento è considerata via di Tor Pagnotta con qualche approssimazione toponomastica”.

L’ex circolo era in stato di abbandono da una decina d’anni, ma in pochi mesi, in pratica dallo scorso autunno, sono già sorti un campo da rugby regolamentare e uno per il minirugby e quattro spogliatoi che presto saranno sei. Le potenzialità del “Renato Speziali” sono tuttavia assai più ampie: in controluce già si vedono risorgere anche due campi da tennis e uno da calcetto, una palestra e persino una piscina”.

Vorrete mica sorpassare la Capitolina?

“Magari – continua Emett, imprenditore immobiliare di 53 anni, sposato, una figlia – ripercorrerne i fasti. Per la cerimonia di domenica abbiamo invitato anche Onorio Rebecchini che ora è consigliere federale dopo essere stato artefice dell’epopea dell’Urc. La Rugby Roma ha una storia estremamente più corposa, ma bisogna guardare alla realtà perché solo il ricordo dei cinque scudetti e di tante pagine gloriose non consente di fare troppa strada: così siamo arcifelici che la nostra prima squadra si sia ben comportata in serie B e, soprattutto, che l’Under 18 sia già stata promossa nel campionato d’Elite. Nella prossima stagione contiamo di completare tutta la rassegna del minirugby, anche perché alcune iniziative sul territorio ci hanno permesso di raccogliere in queste ultime settimane l’adesione di altri 140 fra bambini e bambine. In Fir ci hanno fatto i complimenti per questi risultati”.

Come siete capitati alla Cecchignola?

“Il caso Tre Fontane è purtroppo noto e così anche le tristi vicissitudini della lotta di dirigenti di varie società sulle spoglie di un club di cui si erano perse anche le ultime tracce. Non può immaginare l’amarezza per aver visto tribolare così il simbolo bianconero con le due R e le fronde verdi: una situazione che non si poteva sopportare. Così due anni fa con un gruppo di amici più o meno old lievitato via via oltre quota cento, abbiamo deciso di andare oltre la partitella touch e la birra del lunedì sera. Serviva però un luogo nuovo e solo nostro per evitare le peregrinazioni delle stagioni precedenti che ci sono costate tanti abbandoni. Quando abbiamo visto questo ex circolo l’impresa pareva davvero titanica, ma ci siamo imbarcati lo stesso con l’entusiasmo che è cresciuto a ogni conquista, a cominciare dal giorno in cui abbiamo issato i primi pali ad acca. Quel giorno abbiamo pensato anche a Speziali e a tutto quello che ha fatto per il rugby”.

Volontariato e autarchia.

“Già, e molto sudore. Però ogni fatica è ripagata dalla vista di tutti quei bambini che corrono e placcano. E dall’entusiasmo dei loro genitori che si fanno coinvolgere nelle nostre attività nella struttura che abbiamo preso in affitto per 12 anni”.

E’ un po’ più facile, grazie al traino del Sei Nazioni, contagiare bambini e famiglie con la palla ovale?

“Decisamente sì: un paio di generazioni fa il rugby si tramandava soprattutto di padre in figlio. Non nel mio caso, perché entrai alla Rugby Roma senza che in famiglia nessuno giocasse, anzi credo che mia madre non abbia mia saputo con precisione a che sport mi dedicavo, nonostante potesse sospettarlo per quelle borse piene di fango che portavo a casa. Arrivai fino alla squadra Riserve a metà degli anni Ottanta quando la squadra in serie A era affidata a Paolo Paladini, poi un incidente mi obbligò a smettere. Però sono sempre restato vicino al club, anche come sponsor con l’Idrogross (materiali edili)”.

Adesso non potete più fermarvi.

“E chi ci pensa. Non vogliamo però bruciare le tappe né dal punto di vista tecnico né da quello organizzativo. L’obbiettivo è di crescere solo dopo aver consolidato l’esistente. Abbiamo anche già avuto contatti con l’assessore comunale Frongia per illustrare la nostra attività in una zona della capitale in cui è forte la richiesta di praticare sport”.


Per curiosità, da dove arriva il cognome Emett?

“Dall’Inghilterra e dall’Irlanda”.

Buon segno: anche tra i cognomi dei fondatori della Rugby Roma nel 1930 ce n’erano di venati di Britannia.  




LO SCUDETTO DEL 2000 E RENATO SPEZIALI

Dietro a quel trionfo, inseguito con costanza e orgoglio e, soprattutto, mettendo mano al portafogli per tante stagioni quando la città si voltava dall'altra parte, c'era Renato Speziali, giù rugbysta alla Stella Azzurra e poi anche attore per registi quali Pietro Germi e Luciano Salce negli anni a cavallo dei Cinquanta e dei Sessanta.

Affascinante nell'aspetto e nell'eloquio, elegante nei modi e con uso di mondo perfetto per la bella vita in cui avrebbe potuto rinchiudersi con felice agilità, Speziali mise invece la testa dove altri imprenditori non avrebbero messo i piedi. Per il rugby, non solo quello romano, si dimostrò pronto a ogni sacrificio e rinuncia e quel giro di campo sulle spalle dei suoi giocatori in festa al Flaminio per il tricolore rappresentò l'unica, vera e amata ricompensa che più attendeva.

Era contagioso nella sua passione per il rugby, sia che avesse davanti il grande campione sia che incoraggiasse un bimbo del minirugby sia che sostenesse l'attività anche della selezione dei Lupi, squadra a inviti del centro sud che ha scritto belle pagine di mete e placcaggi. Non mancò il suo impegno anche in Federazione e nell'affiancare la nazionale.

E per fortuna il Destino, che gli ha fatto passare la palla a 76 anni, gli ha risparmiato le ultime tristi traversìe del Tre Fontane e del Flaminio. Oppure, viene da pensare, con lui si sarebbe trovata una soluzione per evitare tante amarezze.
 


Venerdì 3 Giugno 2016 - Ultimo aggiornamento: 05-06-2016 14:44 
 


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